E R I C H   F R O M M

APPUNTI DI TEORIA

"Prego Dio che mi liberi da Dio"
MEISTER ECKHARD

Romano Biancoli

CROCEVIA TEMATICI NEL PENSIERO DI ERICH FROMM. UNA MESSA A PUNTO

 

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INTRODUZIONE

La complessa attrezzatura scientifica di Fromm, psicoanalisi, antropologia, sociologia, economia, storia delle religioni, non spiega tutta la sua originalità di intellettuale, che sta in particolare nell’esprimere nel linguaggio di oggi contenuti di sempre, che in maestri d’umanità, profeti biblici, Socrate, Budda, Cristo, mistici cristiani, Spinoza, Marx, Ghandi, ebbero voce, nello spirito di accettazione, di fiducia e di speranza che informa ogni visione umanistica (Biancoli, 1983, 1992).

Pur con tale premessa, si ritiene utile presentare i principali temi e nodi di pensiero che Fromm si trovò ad incrociare ed affrontare.

PSICOANALISI  E  MARXISMO

Il marxismo di Fromm presenta una curvatura umanista molto caratterizzante. Sia per il suo modo di leggere Marx sia per la sua incipiente critica alla metapsicologia freudiana, Fromm si mantenne distante dalla corrente di pensiero "freudo-marxista" degli anni '20 e '30; abbandonò infatti ben presto il concetto di libido (Fromm, 1936). Erich Fromm e Wilhelm Reich hanno percorso due vie diverse, con scarsi punti di contatto. Reich, il teorico della "corazza caratteriale" (1933) e della "rivoluzione sessuale" (1936), fu dapprima comunista e freudiano, poi propugnatore della presenza creativa dell’"orgone" (1960), una sorta di libido universale. Anche Fromm è attento al corpo e lo vede in unità con la psiche, ma i suoi debiti sono verso Georg Groddeck (Biancoli, 1996) molto più che verso Reich.

Fromm propone una lettura originale ed eterodossa di Marx, il quale nelle sue opere giovanili  rivela esplicitamente la sua ispirazione umanista. L’atteggiamento molto attivo di Fromm nei riguardi del pensiero di Marx è dovuto innanzitutto a ragioni intrinseche allo sviluppo dell’umanesimo, che ad ogni epoca storica risponde aggiornandosi alle problematiche specifiche. Però l’intervento di Fromm vuole anche diradare la coltre di mistificazioni cresciuta sui testi di Marx, spesso ignorati come tali e riproposti riduttivamente in falsificanti chiavi ideologiche. Va anche considerato il dato di fatto che i “Manoscritti economico-filosofici” del 1844 furono pubblicati per la prima volta a Mosca solo nel 1932, come anche "L'ideologia tedesca" (1845-46), parzialmente edita nel 1926, uscirà completa nel 1932. Queste circostanze hanno molto influenzato la letteratura marxista.

Fromm (1961) è il primo a pubblicare in America la traduzione inglese dei "Manoscritti", preceduta da un suo cospicuo saggio di chiarimento e di interpretazione. Egli sottolinea come Marx venga alterato nella stessa direzione materialistico-volgare e antiumanistica sia dai teorici del comunismo sovietico e del "materialismo dialettico", o "Diamat", sia da studiosi occidentali superficiali e sbrigativi. L’alterazione più vistosa consiste nello scindere il Marx maturo dal Marx giovane, nell’ignorare quest’ultimo e nel leggere il primo in un’ottica materialistica forzata. Fromm invece è tra coloro che propongono una lettura unitaria dell’opera di Marx, con il recupero del suo pensiero giovanile. Vede il pensiero di Marx come "un esistenzialismo spirituale in linguaggio laico" (1961, p. 5). Nel libro postumo "Io difendo l'uomo" (1992)  Fromm accosta Marx al grande teologo e mistico renano Meister Eckhart (circa 1260-1327 o 1328) e ne esamina i punti in comune.

I termini per costruire un’antropologia umanistica si trovano già in Ludwig Feuerbach (1841) e nei "Manoscritti" di Marx. Fromm volle aggiornare i temi e favorire una definizione corale ed una congiuntura di apporti sull'umanesimo socialista, promovendo un’operazione culturale di raccolta delle idee. Il corposo libro collettaneo da lui curato, "L’Umanesimo socialista" (1965), è una rilevante realizzazione nella storia dell’umanesimo.

Natura umana in generale e natura  umana storicamente modificata

Nei "Manoscritti economico-filosofici" del 1844 Marx usa l’espressione "essenza umana" e ne "Il Capitale" quella di "natura umana", sia nel senso generale di totalità umana, di uomo totale, di uomo universale, sia nel senso storicamente relativo di connotazioni economico-sociali, in modo da precisare due concetti: natura umana in generale e natura umana storicamente modificata. Fromm rintraccia la linea di sviluppo che parte dai "Manoscritti" e arriva a "Il Capitale", passando attraverso l'"Ideologia tedesca" (Kalivoda, 1968), così da cogliere la trama unitaria del pensiero di Marx, la sua visione dell’uomo totale, che reca aspetti universali e aspetti storicamente determinati. Il Marx maturo non si dimentica della natura umana in generale, di quanto nell’uomo trascende i vari periodi storici, ma sceglie di occuparsi del relativo umano che sorge dal modo di produzione capitalistico. Così studia l' economia politica, elaborando un metodo (1857, 1859), definendo un laboratorio storico (1867), percorrendo la via specifica dei meccanismi che impediscono, nell’epoca data, l’emersione dell’universale umano. Ne "Il Capitale" Marx costruisce una scienza che all’epoca dei "Manoscritti" non possedeva.

Bisogni reali e bisogni immaginari

Marx non ha mai scritto qualcosa che assomigli ad un trattato di psicologia,  né propriamente un libro di etica, come Aristotele e Spinoza, però, secondo Fromm (1968, p. 67), esiste nel corpo teorico complessivo di Marx una visione psicologica dell’essere umano che emerge esplicita in questo o quel passo e che informa l’intera opera.

La teoria dei bisogni di Marx pone la distinzione tra bisogni reali e bisogni immaginari. Solo in un contesto socioculturale generato da bisogni immaginari, arbitrari, ingegnosamente sollecitati, si può non vedere l’importanza della distinzione e non approntare gli strumenti concettuali e scientifici per affrontarla. Il fatto che un bisogno sia soggettivamente avvertito non garantisce la sua genuinità e può prestarsi alla menzogna della sua esistenza. I bisogni fittizi pongono anche le condizioni emotive estraniate di una teoria non dialettica che li riconosca e legittimi sulla base del loro esistere solo fenomenico (Fromm, 1968).

I bisogni reali dell’uomo esprimono la sua universalità, la sua natura di genere che rivive in ogni individuo. Sono bisogni costitutivi che spingono al rapporto col mondo, col mondo umano e col mondo naturale, nella dialettica tra naturalità dell’uomo e umanizzazione della natura (Marx, 1867, I, pp. 195-96). Occhi per vedere, orecchie per udire, cervello per pensare e intuire, cuore per sentire, organi e loro esercizio, facoltà e funzioni (Fromm, 1968, p. 70). Il concetto marxiano di natura umana è "dinamico e dotato di energia". La concretezza della natura umana sta nel suo porsi come bisogno di  autoproduzione nel mondo. Nei "Manoscritti" il lavoro è chiamato "autoattività", in quanto rapporto tra uomo e natura e reciproco gioco dove la naturalità dell’uomo si fa valere esprimendosi come bisogno attivo che dialoga con la natura e la umanizza.

Ma i bisogni possono  essere alienati, estranei e nemici dell’uomo, pur albergando nel suo animo e facendosi sentire come suoi. Così, applicando il concetto di alienazione ai bisogni, Marx s’avvede di bisogni non veri che prendono il posto di quelli reali frustrandoli, e dialetticamente conclude che sul piano dei bisogni alienati ricchezza e povertà, che sembrano contrari, in realtà sono equivalenti. L’uomo ricco è tale solo sul piano autentico, col recare una totalità di bisogni di autorealizzazione, di bisogni suoi in quanto membro del genere umano, radicati in lui nella loro universalità di genere.

Passioni e salute mentale

Fromm mutua da Marx e da Spinoza il concetto di passione e lo preferisce a quello freudiano di pulsione, che viene da un contesto positivista. Fromm segue Marx che si sofferma sulla natura relazionale delle passioni e puntualizza (1973, p. 23) che esse sorgono dalla situazione umana, dalle condizioni esistenziali dell'essere umano, a differenza degli istinti basati sulle esigenze fisiologiche. Secondo Fromm, Marx, che aveva criticato il materialismo meccanicistico del XVIII secolo, avrebbe criticato anche l’istintualismo freudiano.

Marx prospetta un modello di uomo sano, sulla scorta di Spinoza: un uomo integrato nell’uso delle sue facoltà e dei suoi sensi, volto ad attivare rapporti appassionati con se stesso, con gli altri, con il mondo, bisognoso di innumeri corrispondenze che cerca di sollecitare. Un uomo sano, per Marx, come per Hegel (1817), è portatore di una armonia passionale. Se una passione si dilata a scapito delle altre, se il suo oggetto si enfatizza tanto che un uomo vi si perde, tale  oggetto diventa più forte di lui e lui si estrania, si disumanizza, si ammala. In Marx vi è dunque l’abbozzo di una psicologia dell’uomo sano, integro, produttivo e un tratteggio della psicopatologia umana, con l’indicazione delle sue cause. Poiché queste cause risiedono nei modi che gli uomini hanno di rapportarsi tra loro, cioè nei "modi di produzione", la psicopatologia è molto diffusa. L’alienazione impoverisce, in termini umani, non solo gli sfruttati ma anche gli sfruttatori. Fromm ritiene che Marx veda l’uomo normale, nel senso statistico di più frequente, come un uomo malato e che in qualche modo si sia occupato della "patologia della normalità", concetto frommiano che non è solo descrittivo ma anche esplicativo. La patologia diventa norma quando è così ricorrente ed estesa che coloro che ne sono i portatori si ritengono sani proprio perché simili al loro prossimo, mentre la persona sana è additata come anomala (Fromm, 1955, 1973).

Coscienza e illusioni

Nel gioco delle passioni, Marx vede come la coscienza sia un tratto di superficie, funzionale a quanto la sottende. Già lo dichiara in un passo del "L'ideologia tedesca": "... non è la coscienza che determina la vita, ma la vita  che determina la coscienza". La formulazione più limpida del condizionamento sociale della coscienza si trova nella nota pagina della Prefazione (1859, p. 4) a "Per la critica dell’economia politica":" ... nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà… il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza".

Quel che gli uomini pensano di loro stessi è una "falsa coscienza". Sulla base di condizioni e costrizioni materiali nascono ideologie che non sono vere, ma funzionali alle esigenze di fatto della compagine sociale.

Con altre concettualizzazioni, anche Freud affronta questi temi. Nel suo libro "Marx e Freud" (1962), Fromm tratta a lungo delle analogie e delle differenze fra i due autori.

Freud presenta compiutamente la sua cosiddetta "seconda topica" nel saggio "L’Io e l’Es" (1923). L'Es, sede degli istinti, comprende alla nascita l'intera vita psichica e dà luogo successivamente alla differenziazione di una sua componente che si costituisce ed organizza in Io, il quale diventa l'esecutore degli istinti nelle relazioni tra individuo e ambiente. Fra i tre e i cinque anni, raggiunge la sua massima intensità il "complesso edipico", in seguito al quale si forma il Super-Io: i genitori proibiscono i desideri incestuosi e le ostilità del bambino, il quale, interiorizzando il divieto, non lo sperimenta tanto come minaccia esterna quanto come suo proprio ripudio di quegli impulsi. Il Super-Io comprende tutte le funzioni morali della personalità ed è prevalentemente o quasi completamente inconscio. Freud (1932) pensa che con la sua teoria si possano spiegare le ideologie e i sentimenti morali di una data società, la loro permanenza e la loro resistenza ad adeguarsi prontamente ai mutamenti economico-sociali. I genitori trasmettono ai figli non tanto il loro comportamento esteriore, quanto le motivazioni inconscie di quel comportamento. Il Super-Io del bambino viene costruito sul modello del Super-Io dei genitori. Questo sarebbe, secondo Freud, il fattore trascurato dalle concezioni materialistiche della storia, cioè la circolazione sotterranea e transgenerazionale del codice morale e ideale di una società.    

Fromm cerca di superare la critica di Freud al marxismo. Si può vedere il concetto di Fromm (1932) della famiglia “agenzia psicologica della società” come il termine medio che consente di articolare Marx con Freud. La formulazione della teoria frommiana del carattere sociale contempla sia i fattori socio-economici sia i fattori psicologici.

Appartenendo ad una data classe di una data società, l’individuo cela se stesso quale membro del genere umano, cioè nasconde il suo volto di uomo totale. La coscienza è illusoria. Fromm sottolinea le analogie tra il concetto di ideologia in Marx e quello di razionalizzazione in Freud. Per Freud le razionalizzazioni sono procedimenti inconsci (meccanismi di difesa) attraverso cui l’individuo si adopera per fornire coerenza logica e credito morale a idee, sentimenti, atti di motivazione inconscia e spesso inaccettabile.

Fromm coglie analogie tra il pensiero di Marx e quello di Freud, per esempio riguardo a alienazione e transfert (1990). Precisa però accuratamente le differenze concettuali e di contesto. Il senso generale delle corrispondenze rintracciate fra il pensiero di Marx e la psicoanalisi sta in un’operazione teorica volta al recupero del nocciolo umanistico dell’opera marxiana e della produzione psicoanalitica.

A Fromm interessano non solo le formulazioni psicologiche esplicite, ma anche i risvolti psicodinamici impliciti nelle proposizioni di Marx. Liberarsi dalle illusioni è un programma che Marx e Freud hanno in comune, anche se diversi sono gli ambiti applicativi. Fromm, nel fare suo tale programma, pensa di scorgere in Marx una forte valorizzazione della "funzione di divenire coscienti". Nella psicoanalisi di Fromm ci sono due passi specifici estremamente importanti: la "de-rimozione" (1960) o presa di coscienza totale, intellettuale ed emotiva insieme,  e la prassi conseguente, l’agire sulla base di questa trasformazione della coscienza. Distruggere le illusioni e agire di conseguenza. Fromm cita (1968) un passo molto incisivo di Marx, preso dall'"Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel" (1843-44): "Chiedere di abbandonare le illusioni sulla propria condizione significa chiedere di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni".

Lavoro vivo, lavoro morto

Fromm (1968) ritiene che il pensiero di Marx presenti una biofilia di fondo. Vede questo pensiero profondamente orientato verso la vita, non solo perchè si interroga sull’amore inteso spinozianamente come attività, ma anche perchè le sue stesse categorie, la sua stessa dialettica, sono improntate al conflitto tra ciò che è vivo e ciò che è morto. "Il capitale è lavoro morto che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo ..." (Marx, 1867, I, p. 253).

Al di là di ogni considerazione in termini di scienza economica, la visione del capitale come lavoro passato, accumulato, morto, e del lavoro come lavoro vivo in atto, cose morte in lotta con quanto vive, il passato che vuole dominare il presente,  è una visione con una sua forza grande e un suo fascino. La si può considerare una delle istanze ispiratrici della distinzione tra "modalità dell'avere" e "modalità dell'essere" (Fromm, 1976).

ESISTENZIALISMO E UMANESIMO

I termini del dibattito sull’umanesimo registrarono un punto alto ed autorevole nella contrapposizione Sartre-Heidegger. La conferenza di Jean-Paul Sartre, tenuta nell’ottobre 1945, poi pubblicata nel 1946,  "L’esistenzialismo è un umanismo", non solo provocò dure reazioni di intellettuali comunisti francesi, ma fece scendere in campo, e in termini ben diversi, Martin Heidegger con la "Lettera sull’umanismo"  indirizzata nel 1946 a Jean Beaufret, testo antiumanistico, fortemente polemico con Sartre.

Va osservato che, malgrado il rilievo obiettivo dell’umanesimo di Sartre, Fromm gli muove la critica (1964, pp. 20-21)  di presentarsi troppo cerebrale, troppo intellettualizzante nelle sue argomentazioni.

Che Fromm si possa considerare esistenzialista è problematico. Un modo di porre la questione è il seguente.  Egli (1947) afferma che la natura umana non si può scorgere direttamente come tale ma attraverso le sue manifestazioni  nella "situazione umana". Già solo questa ultima locuzione sembra porre una tema esistenzialistico. Inoltre, il concetto viene formulato nei termini delle condizioni di esistenza dell’essere umano. Accolta l’ipotesi evoluzionista, vengono presentati due aspetti del primate uomo: la debolezza degli istinti e lo sviluppo cerebrale che consente la consapevolezza di sé. Ne segue la contraddizione di essere insieme parte della natura e di trascenderla e il bivio di fondo: tornare indietro, rientrare interamente nella natura o proseguire nel trascendere lo stato naturale e realizzare sempre più lo specifico umano della situazione.

Nel concetto di situazione umana possiamo vedere un intreccio di esistenzialismo e di evoluzionismo, anche se solo il secondo è dichiarato, specialmente nel libro "Anatomia della distruttività umana" (1973). Penso però che molta originalità della psicoanalisi di Erich Fromm stia in quelle posizioni che risentono della sua ispirazione esistenzialista, anche se è difficile stabilire nessi precisi con i filosofi esistenzialisti.  Di fatto, questi non vengono citati se non di rado, nemmeno quando le analogie sono chiaramente riscontrabili, per cui c'è da chiedersi se gli accenti esistenzialisti di Fromm non siano dovuti a una elaborazione autonoma rispetto alla complessa e internamente differenziata corrente di pensiero che va sotto il nome di esistenzialismo (Catemario, 1962, p.35).  Rainer Funk (1978) non ritiene che Fromm sia un esistenzialista. Eppure circola nelle pagine di Fromm l'idea heideggeriana dell'uomo come essere "gettato nel mondo".  Daniel Burston (1991, p. 85), nell'esporre il concetto frommiano di situazione umana, esplicitamente prende a prestito il termine di Heidegger "Geworfenheit", tradotto in inglese con "thrownness" ed esprimibile in italiano con  “gettatezza”. Sull'esistenzialismo di Fromm Burston è tanto deciso da intitolare "Fromm's Existentialism" il capitolo 4 del suo libro “The legacy of Erich Fromm” (1991). D'altra parte, le parole "esistenza" ed "esistenziale" non solo sono frequentissime nelle pagine di Fromm, ma sarebbe impossibile esporre il suo pensiero senza ricorrervi. Anche Greemberg & Mitchell (1983) affermano che Fromm è esistenzialista. 

L'asse teorico rimane però l'umanesimo radicale con l'eredità di Freud e Marx. Per tale ragione Fromm si tenne distante dalle varie applicazioni della fenomenologia e dell'esistenzialismo alla psicoanalisi, sia nelle loro espressioni europee che americane. "Psichiatria fenomenologica", "psicologia o psicoanalisi esistenziale", "terza forza" sono alcune denominazioni di questi indirizzi, tra cui anche quella di "psicologia umanistica", che contribuì a indurre Fromm a lasciar cadere l'aggettivo nella locuzione "psicoanalisi umanistica" (1989, pp. 93-4).  Il chiarimento fu opportuno, affinché si potesse ritenere quella di Fromm una psicoanalisi senza aggettivi. Precisò inoltre (id.) la sua contrarietà alle scuole di psicoanalisi e che parlare di "psicoanalisi umanistica" poteva far pensare che lui volesse costituire una nuova scuola.  “Non ho mai voluto fondare una mia propria scuola” (Roazen, 2001, p. 36) 

     L'unico psichiatra "esistenziale" che Fromm stimò molto fu Ronald Laing, il quale, secondo Fromm, era "in primo luogo un umanista radicale" (1990, pp. 87-91), dal pensiero affine a quello di Harry Stach Sullivan.  

UMANESIMO RADICALE E LETTURA DEI SIMBOLI  

Nel libro di Fromm "Il linguaggio dimenticato" (1951) troviamo esempi del suo rapido e felice intuire il nucleo centrale dei sogni proposti e la diretta e abile lettura dei loro simboli. Lo studio delle opere di Johann Jakob Bachofen (1815-87) e il rapporto con Georg Groddeck (1866-1934) negli ultimi anni '20 e nei primi anni '30 lo avevano familiarizzato alla presa di contatto col simbolo, gli avevano insegnato ad aprire questa finestra sull'inconscio umano e ad affacciarsi in modo da non voler catturare, fissare la veduta, ma da lasciarla palpitare imprendibile e insieme rivelatrice.   L'occuparsi dei simboli si può ritenere propedeutico all'arte della comprensione dei sogni.

Il romanticismo, in particolare quello tedesco, offrì l'ambiente culturale adatto allo studio dei miti e dei simboli. Il vitalismo e la filosofia della natura favorirono l'idea dell'inconscio come radice e genesi di tutte le manifestazioni della vita universale (Ellenberger, 1970). Pensatori e filosofi come Friedrich Schlegel,  Georg Friedrich Creuzer, Friedrich Wilhelm Schelling, Carl Gustav Carus, Gotthilf Heinrich von Schubert e il poeta Novalis costruirono le premesse della psicologia romantica di Gustav Theodor Fechner, citato più volte da Freud, e della valorizzazione dei simboli offerti dall'arte e dalla mitologia antiche, un sostrato di pensiero che favorì in Bachofen una interpretazione originale della storia dell'umanità. 

Nel "Preambolo e Introduzione" al suo "Das Mutterrecht"  (Il matriarcato) (1861), Bachofen polemizza con gli storici che seguono il metodo storicistico-positivista, per la loro visione ristretta che si interessa solo di fatti, personalità ed istituzioni, trascurando la mitologia. Sostiene che bisogna invece considerare non solo la storia ma anche il mito, per ottenere una visione globale e profonda dell'antichità. Il principio di ogni sviluppo giace nel mito. La più possente leva di tutte le civiltà è la religione. Lavorando sui miti e sui simboli come documenti, Bachofen fa emergere una chiara e coerente visione del matriarcato come stadio universale della storia dell'umanità. Questo stadio dimenticato precedette l'attuale patriarcato e a sua volta seguì un'anteriore situazione di promiscuità sessuale, l'eterismo, che aveva come simbolo la palude e come divinità Afrodite. Le amazzoni, mitiche donne guerriere, contribuirono al passaggio al matriarcato, che fondò la famiglia con il diritto matrilineare e avviò l'agricoltura. I valori erano dati dall'amore per la madre, la condanna senza appello per il matricidio, la libertà, l'uguaglianza, la pace. La divinità era Demetra e  i principali simboli esprimevano la predilezione della notte, della luna, della terra, il culto dei morti, le sorelle preferite ai fratelli, l'ultimogenito preferito ai figli maggiori, la sinistra preferita alla destra.  

Il mito dice che Demetra, Ceres per gli antichi romani, era figlia di Crono e di Rea e sorella di Zeus, che la rese madre di Kore o Persefone. Madre e figlia erano dee della fertilità e della vita del mondo vegetale, che a ogni primavera rinasce e a ogni autunno muore. Creativa e protettiva, Demetra rappresentava il principio materno della natura che genera e nutre. Dea della produttività, essa portava ricchezza e abbondanza, cibi e frutti vari in grande quantità (Burkert, 1979). Come dea del frumento, Demetra insegnava l'agricoltura e la produzione dei beni materiali agli esseri umani e si prendeva cura del loro benessere fisico-sensuale e affettivo, tutelando la stabilità della famiglia. Nella ricostruzione di Bachofen, Demetra pone le norme del diritto agrario e le estende alla famiglia monogamica, diventando in tal modo la dea della procreazione legittima matrilineare e dell'ordine femminile.

In quanto madre feconda e alimentatrice e origine di ogni bene fisico, la materia è sacra. Questa sacralità è parte della visione intuitiva (Kerény & Jung, 1940-41) e misterica (Kerény, 1951; Eliade, 1975) a cui potevano accedere i fedeli di Demetra durante le celebrazioni dei misteri della fertilità ad Eleusi. Qui venne eretto un tempio  in onore della dea e dedicato al culto della fecondità e fertilità, delle trasformazioni profonde della materia, dei suoi processi nascosti di vita perenne. Nel sentimento di una civiltà agricola il culto della generazione e della rinascita era un culto dell'immortalità dell'anima. Questo "stadio cereale-coniugale della vita agraria" verrà infranto dall'"imperium"  statale maschile.    

In seguito a lotte terribili, il patriarcato soppiantò il potere femminile e impose i suoi valori, che Bachofen riteneva superiori: indipendenza individuale, amore per il padre, diritto patrilineare, procreazione spirituale, di cui l'adozione era una esplicitazione. Cambiarono i simboli: prevalse il giorno sulla notte, il sole sulla luna, il cielo sulla terra, la destra sulla sinistra. La divinità era Apollo, dio della luce e delle belle arti. La lotta del soccombente matriarcato contro il potere maschile espresse una riedizione degenerata dell'amazzonismo, che ora professava il culto di Dioniso

Fromm (1934) apprezza i valori del matriarcato così come Bachofen li ha proposti. Inoltre, incontrando Goddreck, che gli è maestro, medico ed amico, Fromm trova un altro estimatore del femminile.

Sia Groddeck che Fromm ammirano l'animo femminile. Groddeck è sopratutto affascinato dalla gravidanza e dalla maternità; Fromm reputa la donna generalmente più capace di amare, perché più a contatto coi suoi sentimenti, che tende a dissociare dal suo intelletto meno di quanto faccia l'uomo, e perché è più pronta ad assumersi le responsabilità di un rapporto affettivo.

Secondo Groddeck, il godimento umano più alto sta nella maternità e per questo l'uomo invidia la donna. Quando un uomo ha la pancia esprime il suo desiderio di partorire; un desiderio di ripiego è quello di partorire un figlio almeno con la testa, come Zeus partorì Atena. Il gozzo di Groddeck scompare solo quando egli prende coscienza che è provocato dalle sue fantasie di gestazione.

Fromm è molto influenzato dal pensiero di Bachofen riguardo alla capacità di amare della donna. L'esperienza del parto e del prendersi cura del bambino rende la donna capace di estendere il suo amore da se stessa ad altri esseri umani. Il potere femminile è segnato da questa esperienza di vita e di tenerezza e promuove pace e fratellanza, benessere materiale e felicità terrena. Il matriarcato è ispirato da un principio di universalità, mentre il patriarcato da un principio di restrizione (Fromm, 1970). Però i miti, le ricerche antropologiche, i contenuti di molte religioni documentano un duplice ruolo della figura materna: quello di dare la vita e di amare  incondizionatamente e quello di toglierla e di odiare senza ragione. Anche nei sogni la madre appare come figura buona e piena d'amore o animale feroce che terrorizza, o con altri svariati simboli di tale ambivalenza (1973).

Secondo Fromm, bisogna vedere non solo gli aspetti positivi ma anche quelli negativi sia del principio matriarcale sia del principio patriarcale. Il primo non consente lo sviluppo completo dell'individuo, che resta fissato alla madre e infantile. Il secondo non favorisce l'amore e l'uguaglianza e premia l'obbedienza e la subordinazione. La sintesi dei due principi porta ad una visione integrata (1970), sia nei termini di una civiltà in cui pietà e giustizia non siano più in conflitto, sia nei termini di un individuo che diventi madre, padre e figlio di se stesso (Fromm, 1955).

Nei suoi scritti, Groddeck mostra di essere un tardo rappresentante del romanticismo e del vitalismo (Burston,1991), con le inevitabili ambiguità di questa posizione: come psicoanalista clinico e come persona, è creativo, innovatore e generoso, e coraggioso nello sviluppare e sostenere le sue idee; riguardo invece al suo pensiero in campo sociale e politico e rispetto al sapere scientifico,  è un uomo di destra che non comprende il suo tempo (Biancoli, 1997).

Mentre Groddeck applicava la sua feconda fantasia e il suo intuito allo studio dei simboli, altri pensatori di destra si occupavano di simboli e di miti e si esprimevano nella "Bachofen-Renaissance" esordita negli anni '20 (Jesi, 1973). Autori come Ludwig Klages, Alfred Bäumler, Edgard Dacqué, Julius Evola proponevano una lettura di Bachofen che faceva del mito una sostanza, una entità extra-umana (Schiavoni, 1988).

Fromm (1934) polemizzò con queste teorie e difese una lettura umanistica di Bachofen, il quale peraltro aveva ispirato anche vari autori socialisti attratti dall'egualitarismo del matriarcato, come Fiedrich Engels e August Bebel. Anche Walter Benjamin scrisse un saggio (1934-35/1954)  a difesa di una lettura umanistica di Bachofen.

Dal rapporto personale con Groddeck, Fromm prese vivo e diretto contatto col romanticismo, ma lo fece da posizioni illuministe. Il vitalismo e l'irrazionalismo romantici appartengono alla totalità dell'esperienza umana e aiutano a comprendere le potenzialità dell'uomo, a patto di vederlo come radice di tutte le sue espressioni, e quindi anche dei sogni, dei simboli, dei miti, delle religioni, dei riti. Quando si pensa che questi prodotti umani siano ispirati da una fonte esterna all'uomo, come accadde ai mitologi della cosidetta "destra tradizionale" (Jesi, 1979), si possono sviluppare teorie non umanistiche o apertamente antiumanistiche, che nelle loro formulazioni più estreme diventano nemiche dell'essere umano e finiscono col legittimare la violenza fascista e nazista (Fromm, 1973; Jesi, 1979).

L'autoritarismo sa giustificarsi con ogni sorta di razionalizzazioni e ideologie e sa sedurre con gli affascinanti aloni dell'irrazionalismo romantico, sempre contro gli interessi dell'uomo. Per combattere efficacemente le cupe e inquietanti prospettive offerte dalle visioni autoritarie del simbolo e del mito, non basta la simpatia per l'essere umano dimostrata da Groddeck nella sua vita e nelle sue opere, ma occorrono in tutta la loro chiarezza teorica e pratica le opzioni esplicite dell'umanesimo radicale e dell'antiautoritarismo. Fromm si ispira a questi due principi quando applica la psicoanalisi alla facoltà umana di simbolizzare.

Il linguaggio verbale per Groddeck è menzognero. L'"Es" si esprime coi simboli, i quali non sono inventati da qualcuno, ma esistono come patrimonio inalienabile dell'umanità.   Poiché "Es" è il pronome impersonale singolare nella lingua tedesca, Groddeck chiamò "Es" l'inconscio.  Tutti i pensieri e tutte le azioni  sono conseguenze, risvolti esteriori, degli inconsci processi di simbolizzazione.  L'intera vita umana è governata dai simboli (1923). La stessa distinzione tra "corpo" e "anima" esprime solo due funzioni, due modi di manifestarsi dell'Es, che è l'unica realtà sotto i fenomeni prodotti dalla creazione simbolica. L'uomo è vissuto da una coazione a simbolizzare, è un essere simbolizzante (1922).   Le pagine di Groddeck indicano continuamente operazioni e corrispondenze simboliche in riferimento a sintomi, organi del corpo umano, funzioni fisiologiche, pensieri, azioni, comportamenti. Groddeck combinava la sua sensibilità di lettore di simboli con le sue competenze di glottologo, filologo e narratore, risalendo alle radici più lontane delle parole e scoprendo i significati originari, poi smarriti nell'evoluzione storica delle lingue.

Si può ritenere che la lezione di Groddeck sia passata nel  pensiero di Fromm, ma rielaborata e chiarita nella visuale umanistica. L'appartenere al genere umano, il portarne in sé le caratteristiche fisiche e psichiche rendono l'individuo capace di comprendere e di esprimere il linguaggio dei simboli, un linguaggio umano universale, che consente agli uomini di civiltà diverse e anche lontanissime nel tempo di comunicare tra loro attraverso i prodotti dell'arte, dei miti e delle fiabe (Fromm, 1951, 1962). 

La definizione di simbolo come "qualcosa che sta per qualcos'altro" (Fromm, 1951)  richiede l'esame della correlazione tra il simbolo e ciò che viene simbolizzato. Questa correlazione comporta che l'attività dei sensi, come il vedere, l'udire, l'odorare, il toccare, stanno al posto di un'esperienza interiore, un'emozione, un sentimento, un pensiero. "Il linguaggio simbolico è un linguaggio nel quale  esperienze interiori, sentimenti e pensieri sono espressi come se fossero esperienze sensoriali, eventi nel mondo esterno" (Fromm, 1951,  p. 11).

Fromm distingue tre tipi di simboli:  convenzionale, accidentale e  universale. Quando è di tipo convenzionale, come quello linguistico o quello segnaletico, appartiene ad una data comunità, i cui membri sono tutti in grado di comprenderlo.  Poiché poggia su una convenzione, il rapporto tra simbolo e oggetto simbolizzato non è intrinseco (Fromm, 1951, pp. 15-27).   All'opposto, un simbolo è accidentale se vale per una sola persona, la quale lo abbia associato a una certa cosa o esperienza pur non essendo intrinseco ad esse, come ad esempio associare uno stato d'animo ad una data città. Poiché valgono per una sola persona, i simboli accidentali sono rari nei miti, nelle fiabe e nelle opere d'arte. Nei sogni invece sono frequenti (Id.).  In entrambi i casi manca una relazione intrinseca tra simbolo e cosa simbolizzata, che invece caratterizza il simbolo universale, fondato sull'"esperienza dell'affinità tra un'emozione e un pensiero, da una parte, e un'esperienza sensoriale, dall'altra  (1951). 

"Il linguaggio dimenticato" è il linguaggio dei simboli universali, comuni a tutti gli uomini di tutte le civiltà. "Tale linguaggio è stato dimenticato dall'uomo moderno; non quando dorme, bensì quando è sveglio ... io credo che il linguaggio simbolico è l'unica lingua straniera che ognuno di noi dovrebbe imparare" (Fromm, 1951, pp. 13). Il linguaggio simbolico ha una sua grammatica e una sua sintassi, con una logica diversa quella convenzionale, nella quale le categorie del tempo e dello spazio sono meno importanti di quelle dell'intensità e dell'associazione.   

Il corpo si presta con molta versatilità a simbolizzare contenuti mentali: le emozioni più forti sono riconoscibili dall'espressione corporea. Anche il tono del corpo rivela umori tristi o gioiosi, e così la mimica e gli altri atteggiamenti fisici. Il gesto può essere così preciso ed appropriato che gli altri lo intendono meglio di una spiegazione a parole. Anche nelle malattie fisiche il corpo può parlare un linguaggio simbolico e rivelare conflitti psichici.

Nella seduta psicoanalitica, mentre la parte conscia, sociale e convenzionale dell'analizzando ricorre al linguaggio verbale, quella inconscia della sua appartenenza al genere umano, nel senso radicale di essere parte della natura e insieme trascenderla, si esprime in linguaggi simbolici tra cui quello del corpo e quello del sogno.   

Il sogno apre una veduta sull'inconscio, a patto che noi lo lasciamo parlare nella sua lingua specifica, che non è la lingua diurna. L'ascolto del racconto di un sogno assomiglia all'ascolto di un mito (Biancoli, 1998) e credo che anche per il sogno valga il parallelo posto da Kerényi (Kerényi & Jung, 1940-41) tra ascolto del mito e ascolto della musica. L' analisi dei sogni, mai conclusiva (Silva-Garcia, 1982), ci può portare a visitare terre lontane, agli antipodi della coscienza quotidiana. Questo linguaggio dimenticato parla di temi tanto universali quanto rimossi, a volte così profondamente rimossi che, quando emergono, possono non essere riconosciuti come umani e ritenuti provenienti da realtà non umane. La storia delle religioni documenta le più varie credenze sull'intervento nei sogni degli esseri umani di entità non umane. L'umanesimo radicale invece attribuisce all'uomo ogni esperienza umana, anche solo potenziale, non importa quanto possa sembrare lontana, estranea e strana dal punto di vista della coscienza diurna quotidiana.

Il portare nel qui-e-ora della seduta  la forza emotiva e di pensiero paradossale di un simbolo, suggerito da un sogno o da altra esperienza, può coinvolgere ed intrigare l'analista non meno dell'analizzando. L'analisi dei sogni offre i piani più inclinati al lasciarsi catturare da simboli e figure dell'immaginario come prodotti umani che tendono a imporre una loro autonomia dagli esseri umani stessi, e anche a governarli, proprio come gli dèi dei miti. L'umanesimo in psicoanalisi, come già l'umanesimo di Kerényi in mitologia, non può certo essere ingenuo e pretendere che chiavi di lettura riduttive rendano conto delle più complesse, inattese e disorientanti figure dell'inconscio e dell'intensità con cui talora si presentano. Il movimento dialettico del lavoro psicoanalitico deve farsi sapiente e sottile e procedere di apertura in apertura fino a interloquire con i più restii ed ermetici abitanti dell'inconscio umano. 

Il  lavoro analitico sul simbolico va visto in termini dialettici, cioè come una polarità che non s’arrende all’altra, pure irriducibile nel suo proporsi. Il linguaggio dei simboli e delle metafore appartiene tanto alla psicoanalisi quanto all’umanesimo. Non può essere che così, se ha ragione  Groddeck (1922) nel sostenere che gli esseri umani sono coatti a simbolizzare. I simboli li possiamo interpretare, chiarire. Possiamo a volte liberarcene, altre volte sono essi che ci liberano. Jung si lasciava guidare dai simboli nella ricerca del Sé.  In una prospettiva frommiana un simbolo o una metafora possono alludere all’identità di una persona o annunciarla o anche, io penso,  proteggerla nascondendola.

Fromm cita raramente Feuerbach. In effetti, e pur riconoscendone i meriti, non convince molto l’umanesimo che veda tutto ridursi a meccanismo proiettivo, secondo la tesi che religioni e miti e arte sono semplicemente proiezioni di realtà interiori umane. L’umanesimo, se è radicale, si riconosce immaginifico, produttivo e costruttivo più che proiettivo, creativo in modo tale che la creazione va a configurarsi inaspettata, a percorrere strade che non si sapeva esistessero e mossa da non si sa quale motore. I personaggi dei romanzi  hanno questo in comune con i personaggi dei sogni: fanno quello che vogliono, sono autonomi rispetto alla volontà del loro creatore.  E questa non è alienazione, è vita dello spirito, che il confronto psicoanalitico cerca di comprendere e di esprimere a parole, il più possibile. A volte non ci sono parole, ma ci si comprende ugualmente.

 

PSICOANALISI ED ESPERIENZA RELIGIOSA

Fromm trova conferme alle sue premesse nella religione giudaica e in quella cristiana, nel buddismo, nei pensatori del rinascimento e dell’illuminismo. Egli definisce umanistiche le religioni e le teorie etiche che si fondano sul sentimento di fiducia nelle possibilità umane cui corrisponde l’impostazione di pensiero che riconduce all’uomo ogni sua espressione e ogni prodotto della sua attività. In esse un clima di gioia infonde coraggio e fede e sollecita all’autorealizzazione e all’amore. Autoritarie sono invece per Fromm le religioni e le norme etiche in cui prevalgono esigenze estranee all’interesse umano. Esse richiedono obbedienza e senso di colpa, dolore e autoumiliazione (Fromm, 1950).

Le religioni, intese come "schemi di orientamento e devozione", sia teistici che non teistici, sono risposte complessive all’impellenza delle domande di fondo dell’essere umano, il quale per vivere ha bisogno di sostituire la continuità (Catemario, 1962, p. 94) con la natura, che la sua esistenza interrompe, con un rapportarsi complessivo al mondo sia in termini di pensiero  che di  emozioni  e di sensi, ha bisogno, per  colmare l’intima frattura, di un "oggetto di devozione" e di "rituale". Fromm svincola completamente l’esperienza religiosa da ogni concetto teistico. Definita come  "Esperienza-X" (1966), essa riporta all’umanesimo radicale, alla vita sentita come problema, come domanda a cui bisogna rispondere (Xirau, 1976; Funk, 1982).

Considerando la psicoterapia psicoanalitica un tentativo di rendere l'analizzando capace di amare (Fromm, 1950, p. 75), la psicoanalisi può essere vista come volta a suscitare un'attitudine "religiosa" in senso umanistico, cioè un sentire la vita come un interrogativo di fondo cui rispondere (Ibidem). Inoltre, nel libro "Psicoanalisi e religione" (1950, pp. 80-81), Fromm individua la specificità dell’esperienza religiosa rispetto a quella etica in tre punti che sono gli stessi della presa di coscienza in psicoanalisi: a) stupore, meraviglia del divenire coscienti della vita e della propria esistenza; b) ciò che Paul Tillich chiamò "ultimate concern", cioè una sollecitudine di fondo; c) un senso di unità, in se stessi e in rapporto agli altri e alla vita intera. Il divenire coscienti di contenuti rimossi viene paragonato all’illuminazione del buddismo zen (1960). Il movimento di trasformazione che rende consci i contenuti inconsci, in quanto esperienza non solo mentale ma globale della persona, è definito da Fromm con la parola "de-rimozione".

E' coerente con la visione umanistica radicale che l’esperienza psicoanalitica culmini in una esperienza religiosa, che trasforma lo  schema di orientamento e devozione di partenza. Fromm (1950, p. 79, in nota) difende la connotazione mistica di questi vissuti dall’accusa di irrazionalismo e porta a sostegno della sua tesi una citazione di Albert Schweitzer: "Quando il pensiero razionale si libera di ogni presupposto dogmatico diventa misticismo"

L'umanesimo mistico porta via via Fromm a rompere non solo con l'ortodossia della psicoanalisi freudiana ma anche con quella della religione ebraica. Si stacca dal sionismo già nei primi anni '20 e poi anche si allontana dall'ebraismo (Funk, 1983, pp. 50-51), e intanto incontra il buddismo. La prima data di riferimento a questo proposito è il 1926 secondo Bernard Landis (1971, p. XII). Diventerà poi allievo di Daisetz Suzuki, buddista zen, e, alla morte di questi, di NyanaponiKa Mahathera, buddista theravāda.

 

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