E R I C H   F R O M M

APPUNTI DI TEORIA

"Prego Dio che mi liberi da Dio"
MEISTER ECKHARD

Romano Biancoli

LA FIGURA DI ERICH FROMM NELLA PSICOANALISI

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La questione dell'inquadramento generale del pensiero psicoanalitico frommiano è complessa. Fromm si presenta "come un allievo e traduttore di Freud" (Evans, 1966, p. 59).  Quel che Fromm dice di se stesso è confermato da Daniel Burston nel suo libro "The Legacy of Erich Fromm" (1991).  Burston classifica gli psicoanalisti in tre gruppi, a seconda del loro rapporto critico con Freud: "oppositori leali", "frangia dissidente", e "criptorevisionisti". Egli colloca Fromm nel gruppo degli oppositori leali, assieme a Georg Groddeck, Sandor Ferenczi, Karen Horney nei suoi primi scritti, Ronald Fairbairn, Harry Guntrip, e altri.

 

Nella intervista rilasciata a Richard Evans (1966), come anche in "La crisi della psicoanalisi" (1970), Fromm dichiara i suoi legami di amicizia e collaborazione con Karen Horney, Clara Thompson e Harry Stack  Sullivan, però ci tiene a distinguere le sue posizioni teoriche da quelle dei suoi amici. Tali precisazioni, se aiutano a comprendere i profili dei singoli autori, non tolgono che molte altre sue dichiarazioni sia in campo teorico che in campo clinico siano di chiara ispirazione interpersonale, anzi Fromm è l’autore che più insiste sull’aspetto duale del rapporto psicoanalitico (Hirsch, 1995). Inoltre, con Sullivan, Clara Thompson e Frieda Fromm-Reichman fondò nel 1943 l’Alanson White Institute di New York. Va anche considerato che l’indirizzo interpersonale non presenta il carattere unitario, di scuola, proprio di tanti altri indirizzi psicoanalitici. Posta una premessa sull’importanza della cultura e della società nella formazione della psiche individuale e criticata la teoria freudiana delle pulsioni, i vari autori interpersonalisti, detti anche neofreudiani o socio-culturali, sviluppano il loro pensiero in modi autonomi e originali, con esiti per lo più compatibili tra loro e tali da dar sì luogo a un comune orientamento di massima e a strutture organizzate, ma senza vincoli assiomatici.

 

Fromm prende le distanze dall'indirizzo socio-culturale americano perché Sullivan, la Horney, la Thompson si riferiscono a un'idea di cultura che proviene da un contesto liberal-progressista, mentre lui si basa sull'analisi marxista del modo di produzione capitalistico, sull'economia politica e sul concetto storico-economico di classe sociale.

 

Concordo nella sostanza con l'affermazione di Jay S. Kwawer (1991, p.  611), secondo cui "quella di Fromm è una teoria interpersonale allo stesso tempo fondata sulle pulsioni e sulle relazioni tra persone". Va però sempre sottolineato che mentre il concetto di "pulsione" secondo Freud viene da un contesto positivista, quello secondo Fromm deriva da Spinoza e dai "Manoscritti economico-filosofici" di Marx (1844). Anzi, Fromm sostituisce la parola "pulsione" con la parola "passione" suggerita da questi due autori.

 

Fromm non si è mai lasciato pienamente inquadrare in nessuna scuola di pensiero. A trent'anni ormai dalla sua morte, ancora non riusciamo ad assegnarlo completamente a questa o quella corrente definita.  Né si può dire che sia un eclettico, anzi, al contrario, esprime una posizione complessiva molto personale, caratterizzata e unitaria. Dell'eclettico ha l'attingere a molti autori e indirizzi di pensiero, ma poi stringe sue proprie sintesi che superano spesso le fonti da cui prendono e si formulano in modo autonomo e originale. Fin dai suoi primi lavori Fromm dimostra grande capacità di annodare teorie diverse e di farle sfociare in un risultato nuovo. Un esempio importante di questa attitudine a produrre sintesi teoriche è la sua elaborazione di una psicologia sociale come combinazione di psicoanalisi e materialismo storico. Il concetto principale di questa impostazione è quello di "carattere sociale" (1932, 1941, 1947, 1955, 1962). Le esigenze di funzionamento della società si impongono sugli individui attraverso la famiglia. Il carattere sociale si forma in rispondenza a esigenze economico-sociali, in modo che le persone desiderino fare ciò che per l'assetto della società è necessario che facciano. Il carattere degli individui viene modellato inconsciamente, dentro la famiglia, in tendenziale conformità al carattere sociale.

 

ALLIEVO E TRADUTTORE DI FREUD

 

Nell'intervista rilasciata a Evans, Fromm (1966, p. 58) dichiara: "io mi sento ... come un allievo di Freud che  cerchi di tradurre il suo linguaggio e di presentare le sue scoperte più importanti in termini più chiari; liberandole dalla troppo limitata teoria della libido". In effetti, nei suoi scritti di psicoanalisi, Fromm parte da Freud e conclude con Freud, cioè i suoi primi saggi sul carattere sociale ancora accolgono la teoria della libido e il suo ultimo libro è su Freud e si intitola "Grandezza e limiti del pensiero di Freud" (1979). L'altro suo libro su Freud è "La missione di Sigmund Freud" (1959).

 

Nell'arco della sua attività scientifica Fromm abbandona la teoria della libido, rifiuta la seconda topica, sposta l'accento dell'attenzione dall' edipo al pre-edipo, rilegge in termini bachofeniani il mito di Edipo come conflitto tra principio paterno e principio materno, amplia il concetto di transfert, cioè riscrive gran parte delle teorie freudiane cambiando loro il contesto epistemologico: dal positivismo viennese di fine '800 all'umanesimo radicale reso avvertito da Karl Marx, dall'esistenzialismo, da Henry Bergson, dalla filosofia della scienza di Alfred North Whitehead. 

 

Freud (1856-1939) e Fromm (1900-1980) sono due grandi e assai diversi maestri della psicoanalisi, entrambi di straordinaria creatività e di originalità radicale, atta a spalancare prospettive e alternative nuove alla storia del pensiero. L’esame del rapporto tra le loro teorie solleva difficoltà rilevanti. C’è il dato di fatto della distanza di quasi mezzo secolo fra i due autori. Freud non ha fatto a tempo a vedere la seconda guerra mondiale, a indagare sul nazismo, a cui pure dovette pagare dolorosissimi prezzi umani e di organizzazione scientifica, a conoscere le vicende tragiche del comunismo sovietico e le degenerazioni consumistiche delle democrazie occidentali. Ogni età vive i suoi rischi e le sue tragedie. Fromm si trovò di fronte agli armamenti termonucleari e all’inquinamento ambientale ormai planetario e seppe degli orrori del comunismo.

 

Un’altra ragione che complica l’esame del rapporto Freud-Fromm sta nella diversità dei quadri culturali di riferimento. Sotto questo aspetto, non si può semplicemente dire che Fromm è  un autore venuto dopo e quindi attrezzato più modernamente.  Questo è  tanto vero quanto ovvio e lo si può ritrovare ogni volta che si studino due autori non coevi. Il punto di rilievo è che i terreni filosofici entro cui Freud e Fromm affondano le loro radici rappresentano prospettive di pensiero divergenti tra loro  per connotazioni non interamente legate al tempo storico. Se l’ebraismo li accomuna, il positivismo di Freud e l’umanesimo radicale di Fromm il allontanano. Freud si formò negli ambienti scientifici e accademici viennesi di fine Ottocento, dove la ricerca nelle scienze naturali aveva formulato una metodologia ed una epistemologia atte a definire confini e compiti della scienza. Fromm riporta a fioritura un filone umanista, che nei tempi moderni è  cresciuto su Spinoza, ha trovato temi in Feuerbach, nella sinistra hegeliana e in  Marx. Le differenze  che incontriamo tra Fromm e Freud sono dovute assai spesso a tale assunzione di due discordi indirizzi di pensiero.

 

Un dato biografico-culturale è il seguente. Dalla metà degli anni '20 ai primi anni '30 il giovane Fromm è uno studioso di Freud, ne accetta le teorie, adopera nei suoi lavori scientifici il concetto di libido. La sua precoce creatività non è  volta a revisionare la psicoanalisi, ma piuttosto a procurarle ambiti originali di applicazione e a sostanziarla di robuste proposte teoriche, quale quella del "carattere sociale", o di impieghi assolutamente nuovi nella ricerca empirica (Fromm, 1980). I tempi sono quelli in cui psicoanalisti impegnati politicamente (Reich, 1929; Sapir, 1929-30; Gente, 1970)  tentano una coniugazione tra psicoanalisi e marxismo, dando luogo ad una letteratura specifica, che ha registrato un "revival" negli anni ‘70, specialmente in Italia. Ad esempio, l'8-9 maggio 1973 si tenne a Milano un convegno su "Psicoanalisi e Politica" (Verdiglione, 1973).

 

Nel '36  Fromm critica e rifiuta la seconda topica di Freud e traccia la linea di divaricazione che lo porterà sempre più lontano dal fondatore della psicoanalisi. Redige la "Parte socio-psicologica"" degli "Studi sull'autorità e la famiglia" (Horkheimer, 1936), volta a demolire il concetto di Super-Io per sostituirlo con la tematica dell’autoritarismo, esplicitata nella psicodinamica sadomasochista.

 

Fromm  ormai, dal 1934, si trova in America e prende parte al  processo di revisione della psicoanalisi classica, avviato sopratutto da Sullivan, la Horney, la Thompson. Critica alla teoria degli istinti, enfasi del fattore culturale, reimpostazione della psicologia infantile, revisione del concetto di transfert: su questi temi l’elaborazione di Fromm è autonoma, ma in sintonia con quella degli amici americani. Dall’inizio degli anni '40 abbiamo una lunga serie di suoi  libri (1941, 1947, 1950, 1951, 1955, 1956, 1959, 1961, 1962, 1966, 1968, 1973, 1976, 1979), nei quali sa riconoscere i propri debiti culturali e più e più volte rende merito a Freud.

 

Ecco alcuni dei tratti significativi del pensiero frommiano e il loro rapporto con taluni nuclei teorici di Freud.

 

Amore

 

Le teorie di Freud sull’amore cambiano nel tempo: nei saggi della "Metapsicologia" (1915) l’amore è  un affetto inquadrato nella teoria delle pulsioni. Ancor prima Freud ricorre assai raramente alla parola amore, mentre chiarisce il concetto di libido come carica energetica associata alla pulsione sessuale.

 

Egli adotta una tecnica del pensare a impostazione duale, cioè  procedente per contrapposizione di due istanze antagoniste: pulsioni sessuali e pulsioni dell’Io; libido narcisistica e libido oggettuale; istinto di vita e istinto di morte. Questo procedimento imprime molto vigore nell’approccio ai temi.

 

Bisogna riconoscere la grande onestà intellettuale di Freud, che ammette esplicitamente in più occasioni di cambiare ipotesi teoriche, abbandonando le vecchie e assumendone di nuove per aprirsi un’altra strada di indagine. Lo aiuta in ciò il concetto di metapsicologia come tetto teorico provvisoriamente poggiato sui muri portanti e sulle fondamenta stabiliti dai fatti, dai risultati clinici, dai dati empirici. E' un tipico modo di pensare positivista quello secondo cui i fatti possono solo reclamare dei diritti verso la teoria, mentre la teoria non ha che doveri verso i fatti, in un rapporto più meccanico che dialettico tra teorie e fatti.

 

Nel saggio "Al di là del principio di piacere"  del 1920 cambiano i termini della contrapposizione interna al pensiero di Freud: si ipotizzano un istinto di vita e un istinto di morte. Il nuovo concetto di Eros reca un’idea dell’amore come capacità di unire, legare, integrare. Il quasi ottuagenario Fromm (1979) renderà omaggio  al quasi ottuagerio Freud (1933) che decenni prima, in una lettera ad Einstein sulla guerra, parlava anche di Eros.

 

Come si è detto, Fromm mutua da Marx  il concetto di  passione come energia di relazione. Le risposte che l’uomo  dà agli interrogativi fondamentali dell’esistenza sono  risposte appassionate che si rivolgono agli altri uomini:  amore, odio, tenerezza, senso della giustizia, potere, distruttività, rispetto, ecc.. Nelle sue riflessioni sull’amore, Fromm non è  impedito da un modello di uomo chiuso, autarchico, che si rivolge agli altri solo per bisogno e sulla base degli schemi di rapporto che la scienza economica accademica di fine '800 ha formalizzato per gli scambi di mercato. L’amore per Fromm è una disposizione attiva, geneticamente fondata, che non si immagazzina nè  si scambia, ma che tanto più si rigenera quanto più si esercita.  L’amore è  una possibile risposta al tragico interrogativo umano sulla frattura incomponibile tra l’essere nella natura e il trascenderla ad un tempo. E’ la risposta di volere vivere, di affrontare l’alea degli sviluppi non prevedibili, di camminare senza garanzie definitive.

 

Nella visione frommiana il vivere, l’attivarsi interiore, il  rapportarsi produttivo sono specificazioni della biofilia,  l’amore per la vita e ciò che vive, lo sperimentare che tutto si sta muovendo, che tutto è  in  atto di nascere. L’istinto di vita di Freud presenta punti di contatto, analogie, con la biofilia di Fromm. Però, nel complesso dell’opera freudiana, l’istinto di vita non ha grande campo. Ci sono difficoltà teoretiche, complessi rapporti col concetto di libido, restrizioni imposte dal primato categoriale della sessualità. Ma c’è anche la visione della vita di Freud (1920); talora sembra quasi che l’istinto di vita stia in un far perdere tempo all’istinto di morte, in un complicargli e allungargli la via, che sarà comunque percorsa, poiché  l’organico tende a trasformarsi in inorganico e prima o poi la vita morirà.

 

Premesso che la necrofilia non è intesa come perversione sessuale, ma come orientamento del carattere, il parallelismo tra istinto di vita e istinto di morte in Freud e biofilia e necrofilia in Fromm non è perfetto. In Freud abbiamo a che fare con due istinti, in Fromm ha base biologica solo la biofilia, mentre la necrofilia viene dalla vita storpiata, dalla vita non vissuta

 

 

Carattere

 

Fromm riconosce a Freud il merito di aver fondato una caratterologia non classificatoria e descrittiva, ma psicodinamica. Nel 1908 Freud scrive "Carattere ed erotismo anale", che dà inizio alle teorie psicoanalitiche sul carattere. La fissazione anale non è stata vista però, secondo Fromm, in tutta la sua potenziale perniciosità, in quanto non riguarda la fase più arcaica, quella orale, ma la successiva. Freud ritiene infatti che una fissazione sia tanto più patologica quanto più riferita a stadi precoci dello sviluppo, a parità di intensità. Su questo punto Fromm non è  d’accordo e considera i tratti anali del carattere un pericoloso potenziale che può esprimersi nei riguardi altrui solo in termini sadomasochistici e distruttivi. L’oralità per Fromm sarebbe assai meno maligna, anche se intensa.

 

Per costruire una caratterologica psicodinamica, si parte dall’osservazione, si formulano delle ipotesi sulle forze latenti che muovono i fenomeni osservati, si sviluppano tali ipotesi in tipologie, che verranno verificate con nuove osservazioni. Fin da principio l’induzione frommiana sdoppia il campo: osservazione clinica e osservazione socio-storica sono compresenti. La  riflessione teorica sul carattere sociale  segnò punti fermi per gli sviluppi del suo pensiero psicoanalitico. Corona l’esperienza di ricercatore sul campo di Fromm l’indagine condotta assieme a Michael Maccoby sul carattere sociale in un villaggio messicano, pubblicata nel 1970.

 

Il doppio osservatorio porta ad una caratterologia diversa da quella di Freud, non tanto nelle configurazioni tipologiche quanto nelle loro psicogenesi. I due autori si dividono nel valutare come e quanto la società entra nella vita dell’individuo. La psicologia frommiana concepisce l’individuo come attraversato dai fili innumeri del tessuto sociale e partecipe della dinamica socio-economica e culturale a causa della formazione caratteriale che gli vive dentro e lo muove, prima ancora che per le concrete vicende esterne che lo possono coinvolgere.

 

Noi vediamo i tipi di carattere frommiani scaturire da affreschi storici, vediamo il carattere mercantile e quello ricettivo uscir fuori e diffondersi da una dinamica economica che strozza le formazioni paleocapitaliste del secolo IXX e le stravolge nei vorticosi processi delle economie affluenti, dove tutto è merce e mercato. La voracità deve essere all’opera dentro l’individuo consumatore, affinché  la domanda di beni assorba le enormi quantità prodotte. Lo scambio diventa quotidianità che entra nelle case e informa il più profondo sentire delle persone, i loro pensieri, le loro fantasie, esse stesse ormai merce da vendere e comprare, dove l’apparire, la confezione, il gioco d’immagine segnano le linee di scissione dall’interiore contenuto umano.

 

Adam Schaff (1965) ritiene che Fromm si sia via via allontanato da Freud per avvicinarsi a Marx. Bisogna dire che mai come nel tipo di carattere mercantile elaborato da Fromm si inveri la distinzione di Marx tra valore d’uso e valore di scambio. Si può toccare con mano la rovinosa forbice non solo nella compagine macroeconomica, ma anche all’interno della persona che per rispondere alle esigenze di funzionamento dell’odierna società si rende schizoide, alienata nella sua immagine, nel suo valore di scambio e dimentica del suo valore d’uso, cioè  dei suoi sentimenti, delle sue qualità umane non esercitate perché  senza mercato.

 

Narcisismo

 

Il rilievo dell’aspetto sociale si accorda con il concetto di passione come energia di relazione. Fromm non incontra difficoltà nel passare dalla psicologia individuale a quella sociale e viceversa, poiché  dentro l’individuo, secondo lui, preme già il rapporto. Freud si muove da una impostazione di base completamente diversa. Il rapporto con gli altri si impone per ridurre una tensione, per ridurre un dispiacere. Occorre una macchina teorica per spiegare perché  un soggetto si pone in relazione con un altro soggetto o si ritira dalla relazione. Freud distingue tra libido oggettuale e libido narcisistica e tra narcisismo primario e narcisismo secondario. L’Io  è il serbatoio della libido e in quanto la trattiene essa è narcisistica (narcisismo primario), in quanto invece la riversa sugli "oggetti", persone, parti di persone o cose, essa è   libido oggettuale. Il ritiro di questa dagli oggetti la riporta nell’Io come narcisismo  secondario.

 

Fromm coglie  l’importanza del concetto introdotto da Freud  e gliene dà  merito, rammaricandosi però che tale concetto non trovi  sviluppi e adeguata collocazione nel corpo teorico  freudiano. Fromm (1973,  p. 255) considera il narcisismo come un accento emotivo nel rapporto tra una persona e il suo mondo.  Una persona molto narcisista sente solo se stessa e le cose che le appartengono o la riguardano da vicino: il suo corpo, le sue proprietà, le sue doti intellettuali, quel che viene detto di lei. Anche se sa bene che esiste tutto il resto, tutto il mondo circostante, le altre persone, lo sa solo intellettualmente, senza spessore di emozioni, senza interesse. La realtà è  colta in modo alterato, deformato. La persona non dà il peso adeguato alle cose che non la toccano da vicino o non sono lei.

 

Complesso edipico

 

Fromm (1951, 1979) scompone il complesso edipico freudiano in due parti: l’attaccamento del figlio alla madre e il conflitto tra padre e figlio. Il figlio desidera la madre, ma in termini non essenzialmente sessuali, bensì per i suoi bisogni di sicurezza, protezione, affetto. Quanto al conflitto tra padre e figlio, esso è dovuto alla società competitiva patricentrica, è un dato culturale. La fusione di queste due componenti e la teoria della sessualità infantile hanno consentito a Freud di dar loro struttura unitaria.

 

Fromm prende respiro da un riesame di Sofocle e accoglie le teorie mitologiche di Bachofen per proporre un mito di Edipo diverso da quello che ispirò Freud. Una lettura di Sofocle che si limiti all’"Edipo Re" avvalora la tesi freudiana, ma se questa tragedia la connettiamo con le altre due della trilogia sofoclea, l’"Edipo a Colono" e l’"Antigone", i contenuti che complessivamente emergono non sono quelli indicati da Freud. L’ipotesi di Fromm è che il mito di Edipo non rappresenti la ribellione del figlio al padre per l’amore incestuoso che porta alla madre, ma la lotta tra due mondi, quello più recente e vittorioso del patriarcato e quello più antico e ormai sconfitto del matriarcato.

 

In "Edipo Re" non risulta che Edipo si innamori di Giocasta; che ne diventi il marito sembra essere un elemento secondario. Il solo contenuto di "Edipo Re" che trovi conferma e sviluppo nelle altre due tragedie è quello del conflitto tra padre e figlio. Un simile conflitto è inconcepibile in un assetto sociale e in un corrispondente sentimento religioso dove l’autorità sia materna e si esplichi attraverso una legislazione egualitaria fondata sui legami di terra e di sangue, dove tutti sono figli, figli di madri e della Madre Terra che accoglie, accetta, nutre, senza distinzioni di merito. Questo è il mondo che nelle tragedie di Sofocle va scomparendo, nell’estrema lotta contro l’emergente patriarcato, portatore di valori contrapposti: prevalenza del pensiero razionale, volontà di modificare la natura, legislazione paterna che comporta l’obbedienza del figlio come virtù, il disconoscimento del principio di uguaglianza per sostituirlo con quello di gerarchia e col privilegio del figlio preferito.

 

Transfert

 

In tema di transfert, come in molti altri temi, Fromm riconosce in pieno il valore delle scoperte di Freud, però fa notare come il transfert sia diffuso su tutti gli aspetti della vita sociale (1979, p. 59-66) e non solo circoscritto al rapporto psicoanalitico. Il fatto che il transfert riguardi ogni ambito della vita di relazione favorisce una visione di esso come espressione della situazione umana.

 

Inoltre, Fromm pone la questione se si tratti solo della ripetizione di esperienze infantili oppure anche della "mobilizzazione della 'passione idolatrica'" (1990a, p. 45). Egli (1979, 1990a) precisa che le sue idee sul transfert vanno intese come un ampliamento di quelle di Freud, senza intenti polemici.

 

Di fronte alle difficoltà del cammino dell'individuazione, l'essere umano può sentirsi spinto ad una via regressiva dall'anelito ad una figura onnipotente cui affidarsi e sottomettersi. Il fenomeno del transfert rivela il tipo di strategia di sopravvivenza adottato da una persona e il tipo di idolo a cui si rivolge. Il concetto di idolo viene dal fatto che gli esseri umani trasferiscono su figure a loro esterne, reali o immaginarie, le loro facoltà e forze. Si tratta di costruzioni umane, materiali o mentali, a cui gli individui attribuiscono inconsciamente parti di sé per poi sottomettersi alle loro stesse proiezioni. L'idolo funziona come una manifestazione alienata e illusoria dei poteri umani.

 

Nel concetto di transfert Fromm rivela la sua complessità intellettuale: da una lato il transfert è una risposta alla "conditio humana", indagabile con la psicoanalisi, dall'altro lato, in quanto alienazione, è visto nei termini dell'idolatria (1955), da sempre rifiutata dalle coscienze umanistiche. La formulazione della teoria del transfert in termini "idologici" sembra poter costituire una risposta critica della psicoanalisi agli attuali crescenti fenomeni idolatrici che caratterizzano la società civile e politica.

 

 

L’INFLUENZA DI GRODDECK

 

Georg Groddeck (1866-1934) partecipò alla fase pionieristica della psicoanalisi e con la sua personalità originale e creativa influenzò le fondamenta stesse dell'edificio psicoanalitico. I suoi epistolari con Freud (1970) e con Ferenczi (1982) documentano quanto il suo pensiero sia stato di suggerimento e di sollecitazione nella formulazione delle prime e più ardite teorie psicoanalitiche. Operò sia come medico sia come romanziere e critico letterario e tutta la sua attività fu ispirata dalla fede nella forza dei simboli.  Vide nelle malattie del corpo delle creazioni simboliche che cercava di curare non solo con la fisioterapia e la tecnica del massaggio che gli aveva insegnato il suo maestro Ernst Schweninger, ma anche con la psicoanalisi. Per questa introduzione della psicoterapia nella cura delle malattie organiche Groddeck venne considerato il "padre della medicina psicosomatica", un appellativo che egli non gradiva (Grotjahn, 1966), perché lo riteneva limitativo rispetto alla sua ampiezza di visione.

 

L'ironia, la spontaneità scanzonata e la grande fantasia di Groddeck disturbavano molti psicoanalisti (Gay, 1988), irritati anche dalla sua autodefinizione di "analista selvaggio" (Grossman & Grossman, 1965). Lo stesso Freud dovette intervenire in suo favore contro il pastore svizzero Oskar Pfister, che criticava "Il libro dell’Es" (1923). Però altri eminenti psicoanalisti ne furono affascinati, come Otto Rank, Ernst Simmel, Heinrich Meng, Karl Landauer.  Un'amicizia  profonda legò a Groddeck due importanti donne della psicoanalisi, Karen Horney e Frieda Fromm-Reichmann, prima moglie di Fromm. Spesso gli incontri tra Groddeck e gli altri psicoanalisti avvenivano a Baden-Baden, dove Groddeck aveva la sua clinica ”Sanatorium", detta scherzosamente "Satanarium".

 

Groddeck fu anche amico, insegnante e medico di Erich Fromm durante la seconda metà degli anni '20 e i primi anni '30 (Funk, 1983, Burston, 1991). In quell'epoca Fromm era uno psicoanalista freudiano formatosi all'Istituto di Berlino, con interessi specifici riguardo al carattere sociale, ed era membro dell'"Istituto di Francoforte per la Ricerca Sociale". Ai fini della comprensione del rapporto Groddeck-Fromm è indispensabile considerare lo studio profondo intrapreso da Fromm dell'opera di Bachofen e l'interpretazione umanistica della tradizione ebraica che egli ricavò dal suo insegnante di Talmud Salman Baruch Rabinkow (Funk, 1988).

 

Così si esprime Fromm in una lettera inedita (Biancoli,1997) a Sylvia Grossman del 12 novembre 1957 riguardo a Groddeck:

 

      "Egli era, a mio parere, l'unico (analista tedesco) che fosse     

      vero, originale, coraggioso e straordinariamente generoso...  

      Sono sempre stato molto grato... di aver avuto il privilegio di       

      conoscerlo... Il  suo  insegnamento  mi ha  influenzato più di

      quello di altri miei maestri".   

 

Fromm dunque dichiara un'influenza di Groddeck su di lui, però scorrendo l'opera omnia edita da Rainer Funk troviamo solo due citazioni (1935, 1976); un'altra citazione di minore interesse si trova nel capitolo inedito di "Avere o essere?" (1989, p. 27), dove Groddeck è ricordato solo per la sua tecnica del massaggio volta a liberare il corpo dalle tensioni. Per questo stesso motivo Fromm parla di Groddeck, associato al nome di Wlhelm Reich, in due momenti durante un seminario tenuto a Locarno nel 1974 (Fromm, 1994, p. 105 e p.166).

 

La citazione del 1976 (pp. 153-154) è molto circoscritta, poiché si riferisce all'erezione del pene che, secondo Groddeck, rende un uomo tale solo per pochi istanti mentre lo lascia bambino per la maggior parte del tempo, riguardo a tale aspetto. Però anche qui Fromm non perde l'occasione per definire Groddeck "uno dei più eminenti psicoanalisti, benché relativamente poco noto".

 

Nella citazione del 1935 (pp. 256-257) Fromm dedica quasi una pagina a Groddeck e presenta una valutazione articolata su di lui. Accanto ad espressioni ammirate, Fromm non tace i limiti di Groddeck: disprezzo per la scienza e posizioni reazionarie nelle questioni sociali. Allo stesso tempo, elenca le qualità del suo amico: geniale intuito psicologico, atteggiamento libero da ogni moralismo e da ogni senso del peccato in materia sessuale, rapporti schietti e di dedizione totale ai pazienti.

 

Secondo Fromm, Groddeck è importante più per l'influenza che ha esercitato sugli psicoanalisti che erano in rapporto personale con lui che non per i suoi scritti, un po' scientifici e un po' romanzeschi. In particolare, Groddeck ha esercitato un forte influsso su Sandor Ferenczi, contribuendo al dato storico del suo creativo e doloroso dissidio da Freud. Al riguardo, Fromm (1935, p. 257) scrive che Ferenczi era un uomo molto creativo, ma anche sensibile e timido, a differenza di Groddeck. Influenzato da Freud  e da Groddeck, non è riuscito a scegliere tra i due.

 

Il dissenso di Ferenczi da Freud non si è risolto in una ribellione dichiarata o in una scissione, però ha aperto un filone alternativo nella psicoanalisi che si è espresso "in due direzioni: il ‘gruppo di mezzo’ britannico e la scuola interpersonale-culturale americana" (Bacciagaluppi, 1993).

 

Anche l'influenza di Groddeck su Fromm sembra dovuta più al loro rapporto personale che non agli scritti di Groddeck che di fatto Fromm non cita. L'esame comparato delle loro teorie lascia pensare che quel rapporto personale abbia dato un contributo all'approccio clinico frommiano e alla familiarità di Fromm col pensiero romantico tedesco. Ciò che unisce Fromm a Groddeck è dato dall'amore per la verità e per la libertà, dalla passione per la ricerca, dall'autonomia di pensiero, dal coraggio delle proprie idee, dal fascino provato per i processi della vita che non cessano mai di stupire. In entrambi c'è rispetto e amore per l'uomo e per la natura.  Queste condizioni sostanziali per un dialogo fruttuoso non si lasciano certo cancellare da differenze di concettualizzazione, che semmai  non favoriscono la comparazione dei testi, scoraggiata anche dalle scarse citazioni di Groddeck da parte di Fromm. 

 

 

L’OMAGGIO A FERENCZI

 

 

Marco Bacciagaluppi (1992) ha studiato l'influenza di Sandor Ferenczi (1873-1933) su Fromm. Egli prende in esame quel lavoro del 1935, "Il condizionamento sociale della terapia psicoanalitica", in cui Fromm  presenta una equilibrata e complessiva valutazione di Groddeck. In queste stesse pagine Fromm si esprime in termini molto positivi anche su Ferenczi e ne valorizza i contributi alla tecnica analitica. La critica, oggi tanto facile, al modello dello "schermo bianco", trova in quegli anni i suoi precursori in Ferenczi e nel giovane Fromm.

 

Nel saggio "Psicoanalisi e buddismo zen" del 1960 Fromm ritorna su Ferenczi ed elogia la sua concezione del rapporto analitico. La psicoanalisi di Fromm dunque si colloca lungo la grande scia lasciata dalla lezione di Ferenczi.

 

Ma oltre che sullo specifico teorico e tecnico della psicoanalisi ferencziana, Fromm si espresse con grande fermezza e indignazione riguardo alla ignominia gettata su Ferenczi e Otto Rank da parte di Ernst Jones e con lui dell'alta dirigenza dell'istituzione psicoanalitica. Il libro di Jones "Vita e opere di Freud" (1953-57) è visto da Fromm come un esempio dello spirito da "linea di partito" che informa la struttura gerarchica e rigida dell'organizzazione psicoanalitica. La storia scritta da Jones, sostiene Fromm, adotta una metodologia        di tipo stalinista. “Gli stalinisti chiamano 'traditore' e 'spia' del       capitalismo chi si stacca o si ribella al comunismo. Jones fa la stessa cosa, in linguaggio psichiatrico, quando dice che Rank e Ferenczi …  erano psicotici da molti anni” (1958, p. 138).  Dovevano essere pazzi    per allontanarsi da Freud dopo tanti anni di collaborazione. La protesta di Ferenczi per l’intolleranza di Freud era la prova della sua psicosi.

 

Fromm si documentò sullo stato di salute di Ferenczi e ne difese la lucidità mentale con grande vigore. In seguito (1970), ritornò sull'argomento riproducendo la lettera di Balint al direttore dell'"International Journal of Psycho-Analysis", in cui Ferenczi viene difeso dalla calunnia di essere uno psicotico, e notando come Balint stesso palesi una sorta di remissività di fronte al potere della sua organizzazione.

 

L'antiautoritarismo è uno dei principi portanti della visione frommiana. E' su di esso che si basa lo spirito di confronto e di dialogo, quello che ha portato a revocare la scomunica di Ferenczi, ma non ancora quella di Groddeck e quella, di fatto (Roazen, 1989), di Fromm stesso.     

 

IL RAPPORTO CON SULLIVAN

 

Harry Stack Sullivan (1892-1949) ed Erich  Fromm erano amici. Nelle loro impostazioni vi sono concordanze e discordanze. Qui di seguito si darà conto di termini inconciliabili del loro pensiero riguardo all’idea di individuo umano, però nella consapevolezza dell’enorme valore di vaste aree di compatibilità teorica e dell’operare comune nello stesso Istituto Alanson White di New York.

 

E’ sentito il problema di chiarire meglio il rapporto di Fromm con Sullivan e di comprendere fino a che punto le loro teorie possono integrarsi.  Su tale rapporto Greenberg e Mitchell (1983, p. 123)   concludono le loro considerazioni auspicando una sintesi critica dei due corpi teorici.

 

Poiché manca in Fromm una teoria psico-evolutiva infantile mentre Sullivan ha indagato profondamente sull'infanzia, la preadolescenza e l'adolescenza, i quadri teorici dei due autori si possono per questa parte integrare. Possiamo incrociare la impostazione psicogenetica di Sullivan (1940, 1953) con la visione esistenziale trasversale e psicodinamica di Fromm e con la sua caratterologia (1947).

 

Una delle intersezioni più significative è quella tra lo "stato d'amore" della persona preadolescente secondo Sullivan e l'orientamento produttivo del carattere secondo Fromm. Sullivan afferma che il fanciullo abbandona gradualmente l'egocentrismo dell'età scolare per rivolgersi a qualche altra persona particolare, coetanea e dello stesso sesso. Così con la persona amica può sperimentare che le soddisfazioni e il senso di sicurezza provati da questa sono importanti quanto le proprie soddisfazioni e il proprio senso di sicurezza. Si affaccia l'esperienza dell'amicizia intima tra due ragazzi o due ragazze, con un interesse per tutto ciò che può far piacere all’altro da sé.  Il tema sullivaniano dell'"amore   preadolescente" presenta affinità con quello più vasto dell'"arte di amare" di Fromm (1956).  

 

Però tra i due autori vi sono anche differenze grandi. Sullivan e Fromm presentano concezioni diverse della società e della cultura e anche pensano in modo diverso il rapporto individuo-società. Sullivan vede nell'adattamento sociale dell'individuo un fattore di salute, Fromm invece teorizza una società malata e una patologia della normalità alla quale l'individuo sano deve contrapporsi, magari pagando sul piano dei vantaggi materiali e sul piano anche di una certa sofferenza psicologica.  

 

Il contrasto più serio, che non sembra componibile, è quello sul concetto di individuo e della sua unicità. Tale unicità per Sullivan è un'illusione. L'individualità risulta da un crocicchio di forze sociali. "Si potrebbe dire che l'io sia formato da valutazioni riflesse" (1940, p. 30). Per Fromm al contrario l'unicità dell'individuo è una realtà che l’analista deve ogni volta scoprire, in ogni analizzando (1979, p. 98). E questo per lui è un punto fermo.

 

BREVI CENNI RIGUARDO A JUNG

 

Fromm ha ricorrentemente criticato Carl Gustav Jung (1875-1961), anche in modi pesanti,  ma i suoi appunti riguardano la persona, non le sue teorie. In una recensione (1963) di "Ricordi, sogni, riflessioni" di Jung (1961) Fromm si esprime molto duramente su di lui uomo: gli attribuisce "incapacità di vedere la verità", "opportunismo", “narcisismo", "ambiguità", "oscurantismo romantico". Però, anche in questa requisitoria, ché tale è seppur lucidissima, Fromm riconferma la presa d'atto, già più volte espressa (per es., 1950, 1951), del valore di una parte grande del lavoro teorico di Jung.

 

Fromm apprezza che Jung abbia slargato il concetto di libido, inteso da Freud come energia strettamente sessuale. Inoltre Jung “costruì un ponte tra esperienza personale e miti, riti e simboli".

 

Tra i due autori vi è anche un versante di affinità che riguarda i simboli. In particolare vi sono analogie, pur nelle diverse concettualizzazioni, tra gli “archetipi” di Jung e i “simboli universali” di Fromm. Certo, i due uomini sono molto diversi caratterialmente, però Fromm deve ammettere i meriti di Jung, pur non stimandolo sul piano personale.

 

POSSIBILI ACCOSTAMENTI ALLA KLEIN

 

Jay S. Kwawer (1991) e Carola Mann (2000) notano ed enfatizzano un passo della conferenza che Fromm tenne nel 1964 all’Istituto Alanson White di New York. Tale conferenza, pubblicata postuma a cura di Bacciagaluppi sia su Psicoterapia e Scienze Umane (1990) sia su Contemporary Psychoanalysis (1991), è un testo prezioso per il suo prevalente carattere clinico e per l’esposizione di un caso, rari essendo i lavori clinici pubblicati da Fromm. Il passo (p. 88) in questione però è di natura teorica e riguarda il rapporto dell’Io con le passioni. Il conflitto interno non si pone tra l’Io e le passioni ma tra passioni benigne e passioni maligne. “L’Io è essenzialmente l’esecutore delle passioni”. Si tratta di una impostazione che suona critica verso gli autori dell’”Ego-psychology” e in consonanza con la contrapposizione di Melanie Klein (1882-1960) tra pulsioni di vita e pulsioni di morte. Resta il dato di fatto che i due autori si sono reciprocamente ignorati.

 

QUALCHE COMPARAZIONE CON KOHUT

 

Lo stesso vale con Heinz Kohut (1923-1981), Fromm e Kohut si sono ignorati l’un l’altro. Anche se può sembrare che il pensiero di Fromm sulla "relazione da centro a centro" (Fomm, 1960; Biancoli, 1995) tra analista e paziente anticipi in parte alcuni concetti di Kohut sull’empatia, in realtà le due prospettive di pensiero sono abbastanza diverse. Fromm abbandona molto presto (1936) il modello delle pulsioni freudiano, formula una sua teoria complessiva dell'essere umano distinta da quella di Freud e può in tutta coerenza interna elaborare autonome concezioni su ogni aspetto della psicoanalisi. Il suo cammino non ha nulla in comune con quello seguito dai teorici delle "strategie del modello misto", tra cui Kohut, i quali "tentano di giustapporre i presupposti fondamentali dei due modelli principali" (Greenberg & Mitchell, 1983, p. 347): il “modello strutturale delle pulsioni” e il “modello strutturale delle relazioni”.

 

Proprio per queste diversità di base, meritano di essere segnalate alcune concordanze tra i due autori in materia di aggressività. Entrambi criticano il concetto di una distruttività primaria. In Fromm vi è un impianto teorico complessivo che ripudia la teoria degli istinti di Freud e dunque consente in modo diretto il conseguente sviluppo di una visione della distruttività come fenomeno umano reattivo, con sostanziali connotazioni storico-sociali e culturali.

 

Kohut, che invece accoglie la teoria freudiana degli istinti, deve compiere una manovra concettuale all'interno del suo sistema, criticando Heinz Hartmann e Melanie Klein (1977, pp. 86-94). Possiamo esporre una sintesi della sua costruzione partendo dalla seguente sua affermazione (1977, p.  88): come il neonato per sopravvivere fisicamente ha bisogno dell'ossigeno, così per sopravvivere psicologicamente ha bisogno di una risposta empatica da parte dell'ambiente umano. Il suo Sé nascente si aspetta una appropriata empatia come il suo apparato respiratorio si aspetta ossigeno. In questa configurazione psicologica iniziale l'aggressività primaria, vitale e adattativa, rappresenta una componente della naturale autoaffermazione del bambino, e l'ambiente degli "oggetti-Sé" è chiamato ad accoglierla. Se gli "oggetti-Sé" non rispondono con sufficiente empatia, provocano una ferita narcisistica nel bambino, il cui Sé si sente minacciato. "La rabbia distruttiva, in particolare, è sempre motivata da una ferita al Sé" (1977, p. 113). Kohut (1977, pp. 113-115) afferma che la distruttività è un fenomeno secondario al fallimento dell’”ambiente oggetto-Sé” riguardo ai bisogni del bambino di ricevere risposte empatiche.

 

Dunque, Fromm e Kohut pensano entrambi che l'aggressività primaria è a base genetica, sana, necessaria alla vita e sua espressione. L'energia aggressiva si associa all'autorealizzazione dell'individuo e al suo attivo rapportarsi all'ambiente. Se l'aggressività è primaria, la distruttività è secondaria, "un prodotto di disintegrazione", reattiva alla non rispondenza dei genitori alla vitalità del bambino, che cerca di autoaffermarsi esprimendo i suoi bisogni, esigendo le attenzioni dell'ambiente, tentando di esplorarlo. La concordanza tra i due autori si può riassumere in questo: dal non riconoscimento e dal non accoglimento dell'aggressività primaria costruttiva e dalla sua sconfitta nel conflitto con l'ambiente si forma in via secondaria la distruttività.

 

La consonanza però non va oltre. Per Kohut, dalla ferita narcisistica si origina la “rabbia narcisistica” (1972), cioè la distruttività. Secondo Fromm (1964, p. 100), la ferita narcisistica è certamente fonte di odio, di vendicatività e di distruttività, ma le sue conseguenze possono portare anche ad uno stato depressivo. Inoltre, se la ferita narcisistica da un lato non produce come unica conseguenza la distruttività, dall'altro non ne è l'unica fonte. Non meno importanti, come cause di aggressività maligna, sono la paura dell’individuazione (1941) e la freddezza nel rapporto madre-bambino (1973).

 

INTEGRAZIONI POSSIBILI CON BOWLBY

 

Di  fatto, tra Fromm e gli psicoanalisti della “Middle School” britannica (Ian Suttie, Ronald D. Fairbairn, Michael Balint, Donald W. Winnicott, Harry Guntrip, John Bowlby) non ci furono rapporti. Però, come suggerisce Marco Bacciagaluppi (1994a), sentirono una influenza comune, quella di Ferenczi, il quale a Budapest fu analista della Klein e di Alice e Michael Balint. Per tali vie il suo insegnamento penetrò in Inghilterra, anche se non ufficialmente ammesso e riconosciuto. A posteriori, costatiamo significative affinità teoriche tra Fromm e questi autori. In particolare Burston (1991, pp. 48-50, 62, 62-65) esamina le analogie con Suttie, Guntrip, Fairbairn.  

 

Bacciagaluppi (1989, 1994b) ha molto lavorato su John Bowlby (1907-1990) e sul nesso tra Bowlby e Fromm. Il terreno comune ai due autori è l’evoluzionismo. Bowlby poggia la psicoanalisi su una esplicita base evoluzionistica. Anche Fromm ricorre ad una ipotesi evoluzionistica nel definire il suo concetto di situazione umana. Da un punto di vista teorico, tenendo conto del lavoro esplicativo e integrativo di Bacciagaluppi, alcune concordanze teoriche tra Bowlby e Fromm si possono esporre come segue.

 

L'assetto anatomo-fisiologico e psicologico profondo dell'uomo, cioè l'intero suo corredo genetico, si è selezionato nei milioni di anni della preistoria. Col neolitico, secondo Bowlby (1969-80), ha inizio una evoluzione culturale che si distanzia sempre più dall'evoluzione biologica. Con la coltivazione della terra e la domesticazione delle piante e degli animali, si struttura un tipo di famiglia contadina patriarcale che esprime sul piano degli affetti esigenze completamente diverse da quelle della famiglia umana che viveva di caccia e di raccolta dei frutti spontanei. L'ipotesi di Bowlby è che la famiglia primitiva rendesse complementari i bisogni innati del bambino e il comportamento dei genitori, e che questa corrispondenza fosse un risultato selezionato geneticamente. I bisogni innati e fondamentali del bambino, secondo questa visione, sono quelli dell'attaccamento alla madre e quello dell'autonomia. Quando il bambino o la bambina manifestano interesse sessuale per il

genitore, questi sa spontaneamente porre un argine e indirizzare il piccolo verso persone coetanee, rispettando così il suo bisogno di autonomia.

 

A differenza della famiglia dedita alla caccia ed alla raccolta dei frutti spontanei, la famiglia contadina ha l'esigenza economica di trattenere presso di sé i figli. In essa viene manipolato il bisogno di attaccamento e di sicurezza del bambino e dell'adolescente, ingenerandogli ansia e senso di colpa, in modo che non possa esprimere i suoi bisogni di autonomia. Le prime manifestazioni sessuali non vengono più indirizzate verso l'esterno, ma trattenute all'interno su base incestuosa. La seduzione gioca infatti un ruolo importante, sia essa aperta  sia essa larvata, inconscia e simbolica, traslata variamente, come accade molto più di frequente.

 

La storpiatura psicologica dei bambini, attuata anche attraverso la strumentalizzazione della loro sessualità, è resa possibile su larga scala e su basi storico-sociali da una coincidenza sottolineata da Freud (1905, 1925). Nella specie umana vi è un lungo periodo di dipendenza dei figli dai genitori e questo tempo coincide con quello della maturazione sessuale. Lo sviamento delle prime fantasie erotiche verso l'interno della famiglia fissa incestuosamente il bambino e inibisce il suo processo di individuazione. I bisogni di specie del bambino, cioè di membro del genere umano, vengono disattesi. Non viene vista la sua identità, fatta di potenzialità, di virtualità, che derivano dal suo essere unico, portatore di una versione assolutamente individuale del patrimonio genetico del genere umano. Questo vero volto alla nascita (Fromm, 1979, p. 98) resta sepolto sotto la coltre degli interventi distorcenti in seno alla famiglia e delle reazioni di adeguamento a tali interventi.  Già al primo vagito interviene la società attraverso la sua "agenzia psicologica" (Fromm, 1932) che è la famiglia.

 

Così la persona diventa anagraficamente adulta, ma la sua realtà profonda si è arrestata a livelli di dipendenza, di bisogno d'appoggio affettivo, di attaccamenti incestuosi normalmente non consapevoli. La sua richiesta affettiva è sempre quella che fu rivolta ai genitori e ora si rivolge ai figli, perpetuando una catena simbiotica che tiene aggrappata ogni generazione a quella precedente e a quella successiva.

 

Le conformazioni  della società omologano gli individui attraverso la famiglia, in rispondenza a esigenze economiche e di funzionamento collettivo. Così nelle persone si manifestano come spontanei desideri adeguati alle necessità dell’assetto sociale. Il carattere degli individui viene modellato inconsciamente, dentro la famiglia, conformemente al carattere sociale. Ne viene fortemente investito il rapporto madre-bambino, nelle sue più sottili e delicate modalità affettive. Se nelle società contadine il bambino e l'adolescente devono diventare persone che si aggrappano alla famiglia, nelle odierne società tecnologiche e dell'immagine, dove tutto è mercato e le qualità umane che non si lasciano connotare in senso mercantile perdono valore, essi devono diventare persone che piacciono, di gradevole aspetto, richieste, che incontrano il mercato, nella sua accezione più lata, oltre che in senso economico proprio.

 

Oggi le cupe passioni di legame che nascono in seno alle famiglie contadine non sono più socialmente funzionali. La società altamente tecnologica, computerizzata e mass-mediale valorizza l'immagine.  Solo l'immagine esiste, la verità è ciò che appare, si vuole la confezione sorridente della persona. Così questa si scinde e mostra un volto falso, efficiente e suadente, dissociando tutto lo spessore umano delle sue passioni che mai incontrerebbero mercato. Come Fromm aveva visto fin dal 1932, nel conflitto tra istinti e forze economiche, sono queste ultime a prevalere.

 

PROSECUZIONI E SVILUPPI IN MITCHELL

 

Fondatore dell'indirizzo relazionale in psicoanalisi, Stephen Mitchell (1946-2000) attinge molto più da Sullivan che da Fromm, ma fa alcuni richiami anche a quest’ultimo, sempre con grande considerazione. Secondo Mitchell (1997, p. 84), la psicoanalisi interpersonale si distingue da quella classica perché sposta l’enfasi dal là-e-allora al qui-e-ora. Tra gli psicoanalisti interpersonalisti, fu Fromm quello che più si spinse in tale ottica  della situazione analitica. Irwin  Hirsch (1995, p. 652) pensa che Fromm "più di ogni altro, aiutò l'analista interpersonale a spostarsi dall'esterno della stanza di consultazione all'interno ... Fromm vide se stesso come un esperto nelle relazioni interpersonali 'Io-Tu'".

 

Secondo Fromm (1994) la psicoanalisi è un'arte perché si applica a ciò che è vivo. La parola "arte" è la più appropriata ad indicare il trattamento di quanto è vivo, e in questo senso il lavoro psicoanalitico è un'arte come lo è la comprensione della poesia. Un'arte si esercita secondo le regole costitutive della sua tecnica applicativa. Il termine "tecnica" però, precisa Fromm (Ibid., pp. 184-185), ha subito un sottile e importante  cambiamento: il suo significato è venuto spostandosi dalla messa in pratica di regole su temi vivi al loro riferimento a oggetti meccanici, non vivi. A rigore perciò, in psicoanalisi, vitale processo in atto, si dovrebbe parlare di tecnica non in termini assertivi ma problematici. La psicoanalisi infatti si rivolge all'essere umano, non a una cosa meccanica, morta. Le regole dell'arte psicoanalitica hanno senso solo se salguardano l'unicità di ogni analizzando e di ogni suo incontro con l'analista (Akeret, 1995).

 

Anche Mitchell (1997, p. 13) vede la psicoanalisi come arte, poiché parla di "partecipazione creativa", di "sensibilità con cui l’analista partecipa al processo psicoanalitico”. Egli afferma (Id.) che la tecnica in analisi ha lo stesso ruolo che in attività sportive, o in pittura o in esecuzione musicale. L'attualità di Fromm su questi temi è di tutta evidenza e, per questo aspetto, Mitchell ne aggiorna l’impostazione clinica.

 

Benché il lavoro clinico quotidiano lo abbia accompagnato per tutta la vita e sia stato la fonte dichiarata delle sue teorie,  Fromm si è astenuto dallo scrivere un libro specifico sulla tecnica psicoanalitica. Egli nutriva la preoccupazione che ne risultasse una codificazione di regole irrigidite e cristallizzate (Lesser, 1992), che si sarebbero potute applicare in modi standardizzati. 

 

Si può ritenere che alle posizioni frommiane sulla tecnica si possano legittimamente collegare quelle successive di Mitchell (1997, p. 11), il quale scrive che "nell’ambiente psicoanalitico ‘tecnica’ è diventato un termine quasi offensivo”. Se il modello classico del fare analisi, con l'anonimato, la neutralità e l'astinenza dell'analista, aveva la tecnica come suo culmine e sua filigrana da trasmettere di generazione in generazione analitica, "oggi si sottolinea piuttosto l’interazione, l’enactment, la spontaneità, la reciprocità e la autenticità” (p. 10).

 

FROMM ANTICIPATORE DI CONCETTI IN PSICOANALISI

 

Nel loro libro “Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica” del 1983 (ed. it. 1986), divenuto ormai un classico della psicoanalisi, Jay R. Greemberg e Stephen A. Mitchell (p. 114) affermano che Fromm ha anticipato di decenni vari temi psicoanalitici. Elencano alcuni esempi, tra cui il concetto di “simbiosi”, su cui lavorò poi Margaret Mahler conseguendo successo scientifico e notorietà. Inoltre, “descrisse l’uso della sessualità e delle perversioni, per mantenere un fragile senso del sé, un approccio interpretativo che attualmente è stato sviluppato dai seguaci della ‘psicologia del sé’ di Kohut” (Id.).

 

Bacciagaluppi (1990, p. 68) fa notare come Fromm (1947, p. 122) anticipi Winnicott (1960) sul concetto di falso Sé.

 

Burston (1991, p. 204-5) elenca una serie di temi ritenuti eretici quando furono proposti da Fromm, ma in seguito accettati e sviluppati nella letteratura psicoanalitica. Ad es.: il complesso edipico non è l’elemento costitutivo delle culture; il rapporto con la madre è quello primario sia dal punto di vista dello sviluppo sia dal punto di vista clinico; lo schema ontogenetico di Freud e di Karl Abraham è troppo deterministico e non rende conto di tutta la psicopatologia; la “neutralità” dell’analista può mascherare sadismo, indifferenza o moralismo; le nevrosi sono un fallimento dell’individuazione.

 

Attraverso la comparazione dei testi è dunque agevole dimostrare che le tesi frommiane anticipano spesso di vari anni acquisizioni psicoanalitiche   largamente accolte in seguito. Tuttavia, negli ambienti scientifici e accademici, Fromm è spesso considerato un filosofo sociale molto più che uno psicoanalista. E’ certo un pensatore scomodo, non inquadrabile in nessuna scuola ben definita,  socialista umanista sia antisovietico che critico del consumismo   occidentale, ma questo non basterebbe a porlo fuori dalle convenzioni accademiche e dal giro delle citazioni reciproche che legittimano le carriere scientifiche. Rainer Funk (2000) e Paul Rozen (2001) documentano il rapporto tormentato di Fromm con l’I.P.A. (International Psychoanalitical Association), di cui è ancora membro al suo arrivo in America e che poi di fatto lo esclude attraverso ostacoli e difficoltà burocratiche.

 

Fromm però non presenta alcun tratto della vittima, è molto battagliero e coraggioso. Forse, un esame stilistico della sua prosa può illuminare un versante soggettivo che spiega come il suo isolamento sia anche  una scelta sua. Il giovane Fromm scrive vari saggi in lingua tedesca, pubblicati su riviste scientifiche. Il suo stile è quello richiesto dalla comunità scientifica del suo tempo, con un linguaggio tecnico rigoroso e professionale.  Poi, nel 1941 pubblica “Fuga dalla libertà” ed ottiene un successo mondiale. E’ toccato dalla notorietà. Ormai può scegliere: scrivere per i colleghi, i quali peraltro gli pongono difficoltà di vario tipo, o scrivere per il grande pubblico, rivolgersi a milioni di lettori in tutto il mondo.  Sceglie questa seconda alternativa, ed è un successo dopo l’altro, fino al suo penultimo libro del 1976, “Avere o essere?”. Tuttora le sue opere godono del favore del pubblico. La sua popolarità è dovuta non solo ai contenuti del pensiero ma anche ad una prosa meravigliosamente semplice, diretta e scorrevole.

 

Molti i libri, ma pochi i paper su riviste di psicoanalisi. Questo dato contribuisce ad estraniarlo dal dibattito psicoanalitico e dalla comunità scientifica. E’ poco citato, di fatto scomunicato secondo Roazen (1989).

 

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