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INTRODUZIONE
Secondo Erich Fromm (1962), l'individuo è membro sia della società in cui vive che del genere umano. Questa duplice appartenenza dell'individuo, l'appartenenza cioè sia a una cultura particolare sia alla specie umana con tutte le sue potenzialità, si può riscontrare anche nel corso del lavoro analitico. Nel concetto di inconscio elaborato da Fromm, il lato conscio della psiche individuale è in gran parte un dato sociale, un relativo storico, consentito da meccanismi di difesa tanto soggettivi quanto socialmente condizionati. Sono inconsciamente attivi dei filtri culturali (Fromm, 1960) che non lasciano passare i contenuti psichici incompatibili con le esigenze di funzionamento della società. Dunque, conscio e inconscio sono qualità dei contenuti della psiche dovute per lo più a processi sociali, essi stessi inconsci, cioè la parola "inconscio" non va intesa come un sostantivo ma come un aggettivo qualificativo che indica una qualità dei contenuti psichici. "Non esiste qualcosa che sia l’inconscio: ci sono solo esperienze di cui siamo consapevoli ed esperienze di cui non siamo consapevoli, cioè delle quali siamo inconsci” (Fromm, 1962, p. 115). Il concetto di inconscio non è sostanzializzato da Fromm, cioè non è alienato in una cosa che c’è, o che si ha.
In tal modo, l'area conscia dell'individuo medio è data prevalentemente da rappresentazioni illusorie condivise e generate collettivamente entro una data società o classe sociale, mentre restano inconscie le componenti umane universali. L'interezza biologica, psichica e spirituale dell'essere umano, "radicata nel cosmo", non perviene alla coscienza diurna e media del cittadino, nel cui inconscio vivono la pianta, l'animale, lo spirito. In qualunque cultura, "l'uomo ha tutte le potenzialità; egli è, nel contempo, l'uomo dei primordi, l'animale del sacrificio, il cannibale, l'idolatra, e un essere dotato di disponibilità per la ragione, l'amore e la giustizia" (1960, p. 113). L'"uomo intero", dal più lontano passato al futuro potenziale, resta inconscio, in senso sociale, nel senso di “inconscio sociale”, di rimozioni che i membri di una data società hanno in comune. La nozione di inconscio sociale si distingue da quella di inconscio individuale, della quale si occupa la psicoanalisi tutta a partire da Sigmund Freud, ed è anche diverso, ma non contrastante, dal concetto di “inconscio collettivo” proposto da Carl Gustav Jung, inteso come strato profondo della psiche, impersonale e a base ereditaria, con “contenuti collettivi, relativamente vivi …” (1928, p. 42).
Il concetto frommiano di un “uomo totale” inconscio prende dal romanticismo la materia prima, cioè l'idea di un universale fermento vitale. Tale idea viene elaborata sulla base dell'umanesimo radicale e della considerazione del fattore sociale.
LA TEORIA DEI FILTRI SOCIALI
Gran parte dell’esperienza umana, individuale e collettiva, resta inconscia perché trattenuta da filtri socialmente prodotti. Determinante funzione di filtraggio è svolta dalla lingua. Il vocabolario può non offrire parole per date esperienze e presentare invece una ricca gamma di vocaboli per altre, che diventano coscienti in tutta la loro varietà di sfumature. Anche la grammatica, la sintassi, l’etimologia consentono alle varie lingue differenti modi di percezione ed assunzione consapevole delle esperienze. Un altro filtro è quello logico, che sulla base di regole di pensiero porta a scartare dalla coscienza tutto ciò che appare illogico. Un terzo ordine di filtri riguarda il contenuto dei vissuti, esistendo in ogni società dei tabù che impediscono la consapevolezza di dati pensieri o sentimenti (1960, pp. 106-110, 1962). A proposito di questa teoria, Fromm cita Benjamin Lee Whorf; le fonti principali sarebbero probabilmente, secondo Daniel Burston (1991, pp. 147-48), Johann Gottfried Herder e Max Scheler.
IL CARATTERE
Il primate uomo emerge con l’indebolirsi degli istinti e il parallelo svilupparsi della corteccia cerebrale, la quale gli permette la consapevolezza di sé, un dato della situazione umana che reca la contraddizione del far parte della natura e insieme del trascenderla. La debolezza degli istinti trova un riequilibrio nella formazione del carattere, il quale si struttura sulla risposta all’interrogativo fondamentale, cioè sulla scelta tra il proseguire il cammino evolutivo e il cercare di regredire ad uno stadio preumano.
Il carattere è considerato "il sostituto umano dell’apparato istintuale dell’animale" (1947, p. 53) ed è definito come "la forma (relativamente stabile) nella quale si canalizza l’energia umana durante il processo di assimilazione e di socializzazione" (Ibid., p. 52).
Le risposte emotive, intellettuali, pratiche, collettive e individuali, all’interrogativo basilare, permanente e ineliminabile, vengono a costituire una seconda natura (1973, p. 288) dell’uomo, che varia in relazione agli atteggiamenti di fondo assunti di fronte a tale realtà conflittuale dell’esistenza. Mentre la prima natura, la biologia umana e la “dicotomia” o contraddizione di base, è comune a tutti gli esseri umani, la seconda natura muta nelle culture e negli individui, poiché l’interrogativo su progredire o regredire ammette risposte diverse e alternative, in rapporto alle „passioni“ che prevalgono. Tali passioni non sono istinti, ma provengono dall’orientarsi dell’uomo nel mondo e si organizzano in formazioni caratteriali strutturate nell’individuo e nella società. Il carattere prende il posto degli istinti. Le passioni lo plasmano, gli danno consistenza, direzione e movimento a seconda della risposta al conflitto fondamentale dell’esistenza. Sono passioni umane tanto l’amore, la tenerezza, l’esigenza di giustizia, di indipendenza, di verità, quanto l’odio, il sadismo, il masochismo, la distruttività, il narcisismo.
Nella personalità complessiva di un individuo premono componenti filogenetiche, che delineano un temperamento, i cui tratti predisponenti facilitano date passioni anzichè altre, le quali tutte però sono variamente alimentate o scoraggiate da un ambiente socialmente connotato, cosicchè nella parte caratteriale della personalità gioca la dialettica costituzione-società. Nella personalità entra la natura col temperamento ed entra la società col carattere. A più riprese Fromm ha argomentato contro innatisti e ambientalisti, i quali, secondo lui, finiscono col non consentire alcun grado di libertà all’uomo, perchè lo vedono o interamente vissuto dagli istinti o completamente determinato dall’ambiente. Se l’uomo non obbedisce solo a trame preformate biologicamente e se nemmeno è la „pagina bianca“ (1947, p. 27) sulla quale tutto si può scrivere, allora si apre lo spiraglio dell’alternativismo umanistico, allora non c’è, o almeno non c’è sempre, un destino immodificabile, ma piuttosto un „carattere come destino“, con ambiti circoscritti di libertà, dovuti al dinamismo delle componenti, fra cui la spinta a vivere che è dentro all’essere umano e che non segue tracciati meccanici ma strutture potenzialmente ordinate allo sviluppo e alla realizzazione. Fromm (1964) non crede al libero arbitrio, ma non è nemmeno determinista in senso stretto. Professa l’alternativismo quale possibilità di scelta fra alternative reali, non illusorie, che vengano riconosciute, possibilità che resta tale o anche si perde se non viene agita.
Il carattere che la società forma nei suoi membri è funzionale alla sopravvivenza della società stessa (Fromm, 1947, 1973, 1976, and Maccoby 1970; Funk, 1982; Burston, 1991; Biancoli, 1992). Dentro la famiglia, “agenzia psicologica della società” (Fromm, 1932), si combinano fattori storici, geografici, economici, ideali il cui insieme funziona se gli esseri umani „desiderano fare ciò che devono fare“, se cioè introiettano inconsciamente sentimenti, attitudini, comportamenti che si manifestino sul piano conscio come spontaneo cooperare. Gli individui così formati, portatori di un carattere sociale, strutturato da stabili passioni e velato da ideologie, riproporranno, perpetuandole, le esigenze di funzionamento della società. Il carattere sociale non può rendere uguali tra loro i caratteri individuali sui quali agisce, poiché questi risentono della personalità dei genitori, del particolare clima familiare, e reagiscono secondo la soggettiva costituzione, il temperamento, che fa sì che un ambiente non sia mai lo stesso per due persone diverse in quanto esse diversamente lo sperimentano.
Gli esseri umani ottengono ciò di cui abbisognano attraverso il „processo di assimilazione“ e si rapportano gli uni agli altri nel „processo di socializzazione“. Il modo in cui la persona assimila quanto le occorre per vivere dà luogo all’orientamento di carattere. Se essa si rende abbastanza indipendente per produrre da sé almeno quanto le serve, l’orientamento di carattere che ne risulta è definito da Fromm come „produttivo“. „Non produttivi“ invece sono gli orientamenti di carattere delle persone che non trovano in se stesse la forza di procurarsi i beni di cui necessitano. Fromm traccia il quadro psicodinamico, dapprima di quattro (1947, pp. 46 e sgg.), poi, nelle sue ultime opere, di cinque orientamenti di carattere non produttivo: ricettivo, sfruttatore, accumulante, mercantile, necrofilo.
Gli orientamenti di carattere, esprimenti le modalità del processo di assimilazione, incrociano le modalità del processo di socializzazione, che ineriscono ai rapporti umani. L’orientamento produttivo si rapporta agli altri attivamente e responsabilmente, cioè rispettando, amando, esercitando ragione. Gli orientamenti non produttivi si rapportano alle altre persone secondo tre „meccanismi di fuga“: autoritarismo, distruttività, conformismo da automa (1941, pp. 123 e sgg.).
I suddetti orientamenti di carattere non sono descrizioni di singole persone ma „tipi ideali“, che nel concreto possono intrecciarsi in psicodinamiche complesse, nè vanno intesi come comportamenti direttamente osservabili, in quanto stanno sotto ai dati manifesti e li generano.
Fromm riconosce a Freud il merito di aver superato l’impostazione descrittiva della caratterologia per approdare ad una costruzione scientifica che pone alla base del comportamento umano una realtà conflittuale inconscia: „... credo che lo studio scientifico del carattere abbia inizio col giorno in cui Freud pubblicò il suo breve articolo sul carattere anale (Freud, 1908)“ (Evans, 1966, p. 2). C’è anche una certa corrispondenza tra le caratterologia dei due autori per quanto riguarda le sindromi; non invece nell’interpretazione generale, sganciata dalla teoria libidica e più protesa in Fromm verso la delineazione di un uomo sano, il cui carattere è accostabile a quello genitale che Freud ha enunciato ma poco tematizzato.
I PRIMI QUATTRO ORIENTAMENTI NON PRODUTTIVI DI CARATTERE
Quando Fromm presenta un orientamento di carattere riesce a restituire al rapporto corpo-psiche la sua vivente unità, facendo parlare il corpo nella tensione conflittuale profonda che resta inconscia e si traduce in un dato comportamento manifesto. Si può riconoscere il carattere di una persona anche dai suoi aspetti corporei. Il portamento, l’andatura, le mani, la voce, i gesti, la mimica esprimono contenuti psichici. Ecco gli orientamenti ricettivo, sfruttante, tesaurizzante e mercantile.
- L’orientamento ricettivo
Si sviluppa nelle persone che pongono esterna a loro l’origine di ogni bene e si apprestano a ricevere passivamente incorporando quanto l’ambiente offre. Spesso rivelano questo atteggiamento attraverso la bocca e si presentano con labbra tendenzialmente aperte, come se chiedessero nutrimento. Il loro aspetto è amichevole, caldo, espansivo, ottimista all’apparenza.
Sanno affascinare per i loro modi cortesi e accoglienti, per la loro tenera sensibilità. Sotto questo comportamento affabile c’è il bisogno di ingraziarsi il favore altrui, la benevolenza più diffusa, come assicurarsi fonti di approvvigionamento per tutto ciò che occorre nella vita. Solo la presenza di molte garanzie esterne protegge dall’angoscia e dalla depressione la persona di carattere ricettivo, perché essa ha perduto il contatto con la sua propria capacità interiore di produrre, di assumere iniziative, di formarsi delle convinzioni, di esprimersi autonomamente, di prendere decisioni, di amare, di essere.
Mangiare, bere, fumare, mettere in bocca cose, una bocca da eterno lattante che inghiottirebbe il mondo intero. Il consumismo delle odierne società opulente favorisce la formazione di questo orientamento caratteriale, che risponde all’esigenza economica di tenere alta la domanda di beni di consumo in modo da assorbirne la produzione. Il consumo va ben oltre i bisogni del corpo, che sono limitati, e si espande, tendenzialmente senza limiti per la capacità umana di simbolizzare, a ogni aspetto della vita. Rientra in questo quadro l’assunzione di droga, l’incameramento di immagini fornite dalla televisione, la lettura come introiezione di nozioni. Non manca la componente magica: l’oggetto incorporato, specialmente se è un’idea, o il simbolo di un’autorità, o di una istituzione, reca dentro la sua potenza e rassicura con la sua presenza interna.
L’atteggiamento passivo verso il pensiero può rendere il soggetto un buon ascoltatore o un vorace lettore, senza però dargli la possibilità di produrre idee proprie. In campo sentimentale, avverte il bisogno di essere amato, ma non di amare. Per timore di perdere le persone che lo amano, diventa compiacente, anche leale, ma non sapendo dire di no a nessuno, spesso si promette in più situazioni tra loro in conflitto (1947, 1976). La passività si esprime in sogni in cui nutrimento significa amore e in cui si teme di perdere la fonte esterna di ciò che occorre per la vita.
A larghi tratti, l’orientamento ricettivo corrisponde al carattere orale secondo Fromm.
- L’orientamento sfruttante
Anche questo orientamento presuppone che quanto gli necessita si trovi all’esterno e non avverte in sé le energie creative atte a procurargli una base autonoma di vita, ma non crede di poter ricevere doni dagli altri, per cui cerca di appropriarsi delle cose altrui con la forza o con l’astuzia.
La bocca delle persone sfruttatrici si presenta come pronta a mordere, i movimenti appaiono diretti e aggressivi, con atteggiamenti sarcastici e misti di ostilità e falsità. Il comportamento attivo nasconde una sfiducia di fondo in se stessi e negli altri, invidiati o fatti oggetto di gelosia. C’è un cinismo che porta a valutare in termini predatori le persone e le situazioni. Attrae ciò che si può sottrarre. Caso limite è il cleptomane che gode solo delle cose rubate. Per questo in campo sentimentale gli sfruttatori si interessano a persone già legate ad altre e in campo intellettuale, anche quando sono dotati, preferiscono il plagio. Ne segue che la riduzione a preda di ogni persona a cui si rapportano li rende insensibili verso le conseguenze umane del loro agire (1947).
- L’orientamento accumulante
Se nel ricettivo e nello sfruttatore il mondo esterno appare come la matrice di ogni bene, l’accumulante non vi nutre fede, anzi vi vede pericolo, lotte, insicurezza. Si dispone al non contatto con tutto se stesso: labbra strette, serrate, atteggiamento ritratto, gesti “angolosi”, come a segnare chiusura, a differenza dei gesti “rotondi” del tipo ricettivo e “aguzzi” del tipo sfruttatore. Il comportamento è questo: tesaurizzare, accumulare, avere, in modo statico, conservativo; amministrare una riserva di ricchezza che si teme esauribile, senza usarla produttivamente, senza farla generare.
Manca la fede nella vita, che è autoproduzione inesauribile; la sicurezza sta nel deposito, sterile e ordinato in modo pedantesco. Se la vita è movimentato strutturato ma non garantito e prevedibile, essa pone in pericolo l’equilibrio della persona di carattere accumulante, che ha bisogno di controllare il mondo esterno dominandolo, per quanto le è possibile, con l’ordine, la puntualità, la pignoleria, l’ostinazione nel “no” difensivo di fronte alle intrusioni che minacciano di scompigliare il quadro interno, la cui compostezza e il cui isolamento riparano dall’angoscia.
Risparmiatore e avaro in ogni senso: nel denaro, spendendo il quale sente depauperarsi la base della sua esistenza; negli affetti, anch’essi amministrati in modo che trasporto di generosità, sollecitudine, tenerezza non mettano a rischio gli interni possessi; nelle idee, gelosamente custodite, non trasmesse per evitare l’incremento dei rapporti umani.
All’accumulante occorre una barriera verso l’esterno e se questa non tiene bisogna allora eliminare magicamente le conseguenze dell’invasione, annullare l’avvenuto contatto, attraverso la pulizia coatta, una sorta di rituale religioso del lavarsi che purifica e toglie via il rapporto con l’esterno, vissuto come impuro e sporco (1947). Questo orientamento corrisponde di massima al carattere anale di Freud.
- L’orientamento mercantile
Per la propensione al risparmio che recava, il carattere accumulante era assai funzionale allo sviluppo capitalistico fino a tutto il XIX secolo e gli inizi del XX, poiché consentiva la formazione di grandi patrimoni che fornivano le basi di investimento nello sviluppo industriale e permetteva che gran parte della ricchezza che veniva prodotta non fosse consumata ma risparmiata e quindi investita.
Successivamente il sistema economico occidentale ha presentato esigenze diverse, poiché la sua enorme capacità produttiva richiedeva mercati d’acquisto e consumo adeguati, e spingeva coi suoi mezzi di comunicazione di massa, sempre più diffusi e sofisticati, a indurre formazioni caratteriali volte al consumo, mettendo così in crisi, nei trapassi storici avvenuti nei vari paesi, le persone e i ceti orientati in senso accumulante.
Dagli inizi del XX secolo, soprattutto esercita un peso psicologico crescente il mercato come modalità di rapporto: il bene concreto, con le sue qualità intrinseche, la sua utilità come idoneità a soddisfare bisogni, ottiene sul mercato un prezzo che prescinde da quel suo valore d’uso e corrisponde a un valore di scambio determinato dall’incontro tra domanda e offerta. Tale condizione di merce, in modi diretti e in modi traslati e simbolici, spetta anche alle persone sui più vari mercati del lavoro, dove il valore di scambio che esse si vedono riconosciuto è tanto più alto quanto più sono richieste.
L’orientamento di carattere mercantile si forma quando la persona disconosce le qualità interiori sue proprie, la sua onestà, la sua integrità, la sua tenerezza, le sue abilità, i suoi interessi umani, e si porge agli altri in modo da piacere il più possibile, ottenere il massimo successo, competere vittoriosamente. La stima di sé non dipende da quello che si sa o si è in grado di fare, ma da come si appare, e può darsi che occorra apparire diversi a seconda delle persone o degli ambienti.
L’esperienza della propria identità non è integrabile nel carattere mercantile. Nemmeno sono compatibili forti passioni come l’amore e l’odio, che disturberebbero il funzionamento ottimale della macchina caratteriale, parte integrante della “mega-macchina” che richiede efficienza, aspetto gradevole, sorriso adeguato, ambizione, qualità che incontrano il mercato o vengono certificate dalla burocrazia che decide della carriera.
I sentimenti si impoveriscono e viene meno la sollecitudine anche per le persone più vicine, pur restando tale indifferenza per lo più inconsapevole e coperta da razionalizzazioni, spesso povere o banali, non potendo diventare consci interessi filosofici o religiosi profondi (1947). La facoltà che domina è una intelligenza strumentale e manipolatoria, scissa dalle facoltà emotive, idonea a capire un meccanismo aziendale o le leggi del gioco di una professione, ma incapace di conoscere gli uomini. La scarsa esperienza umana estrania dagli altri e da se stessi e impronta il “carattere alienato” di cui abbisogna il funzionamento della società tecnologicamente avanzata.
L’orientamento mercantile si rende schizoide e il suo adattamento e successo sociali sono dovuti alla presenza diffusa di individui così orientati, con sottosviluppo emozionale e preminenza dell’intellettualizzazione. Fromm (1976) definisce la religione inconscia del carattere mercantile come religione cibernetica, culto della macchina, alienazione nella tecnica che, dopo essere stata un fondamentale fattore di creatività, mostra il suo secondo volto, quello della distruttività.
Mentre nei caratteri ricettivo, sfruttatore e accumulante c’è una esperienza del corpo, un esprimersi del corpo, nel carattere mercantile questo è alienato a strumento di successo, da conservare giovane e piacente sul mercato delle personalità. La separazione dal proprio corpo è un aspetto del non interesse per la natura, per la vita, per le idee sulla vita. Anche la sessualità si tecnicizza. Attraggono i prodotti artificiali, dal cibo sintetico ai robot, dalle macchine di ogni tipo alle grandi costruzioni di vetro e alluminio. Per quanto lindo e luccicante, questo è un mondo di morte. Se le immagini che seducono il cittadino odierno sono immagini spesso seriali e meccaniche, simboli di morte, realtà di morte invece sta dietro la facciata: l’inquinamento che avvelena tutto l’ambiente naturale, i deterrenti termonucleari, il terrorismo, i commerci clandestini di armi e di droga.
TEORIA SULL’AGGRESSIVITA’ UMANA
La riflessione frommiana sulla società contemporanea e sui comportamenti, sogni e fantasie indagati psicoanaliticamente propone un ulteriore quadro caratteriale: quello necrofilo. Tra Fromm e Freud vi è un divario di età di quasi mezzo secolo, nel quale la potenziale perniciosità dei tratti anali del carattere si è attuata tragicamente su scala storica e ha continuato a spingere nel modo più allarmante sulla scena politica mondiale.
Fromm si è proposto di sventare illusioni e fatalismi sulla natura dell’aggressività umana reimpostando la sua elaborazione sulla base di una più larga messe di dati scientifici raccolti dalla neurofisiologia, dal comportamento animale, dalla paleontologia, dall’antropologia.
La lunga indagine di Fromm (1973) sull'aggressività umana si può vedere come un completamento della sua caratterologia, che si basa sul concetto di "situazione umana" (Fromm, 1947, pp. 29-36) intesa come stadio raggiunto nell'evoluzione dei primati. Nella visione di Fromm, produttività e non produttività giocano un ruolo dinamico e mobilizzante nei tratti di carattere, nei rapporti tra le persone, e dunque anche riguardo all'agressività. L'energia della aggressività difensiva e adattativa, se non viene espressa e associata alla produttività, si converte in sadomasochismo e distruttività.
Fromm lavora sul concetto di aggressività, affrontandone gli equivoci. Tale concetto ammette definizioni talmente generiche da includere comportamenti diversissimi e talora finanche contrapposti; per questo c’è chi ritiene che l’aggressività non è definibile come concetto (Heller, 1978). Nell’ambito dei fenomeni aggressivi Fromm opera una distinzione, riconducendoli a due tipi fondamentali di aggressività: benigna e maligna. La benigna è adattativa; la maligna è sadica e distruttiva.
L’aggressività benigna adattativa è al servizio della vita, è sana, salvaguarda ambiti vitali di sopravvivenza e di crescita, sorregge la produttività, la creatività. Questa aggressività è propria anche degli animali. Ogni genere per vivere agisce una aggressività adeguata, L’aggressività adattativa umana è una attività, una affermazione di esistenza, e come tale ha basi biologiche (1973, p. 239). Si tratta di una aggressività programmata filogeneticamente, da tenere ben distinta dall’aggressività maligna, sadica e distruttiva, radicata invece nel carattere, seconda natura dell’uomo non derivata geneticamente ma costruita dalle risposte emotive alla “dicotomia” dell’esistenza.
L’aggressività sadica, propria solo dell’uomo, sta nel piacere di controllare un altro essere vivente. E’ il piacere di esercitare un potere su altri, di averne in mano la situazione, il godere nel sentire che l’altro dipende. Il sadismo è adottato dalla persona che si avverte incapace di suscitare amore, impotente a farsi amare e ad amare, a generare affetto nell’altro, per cui ha bisogno di possederlo, di controllarlo. Non è la forma più maligna di aggressività, perché al sadico occorre che la sua vittima sia viva, e quindi non la uccide.
Si può tentare di trascendere lo stato umano di impotenza con una attiva produzione di rapporti, con l’esercizio delle proprie facoltà, col rendere attuali e operanti potenzialità latenti, oppure volgendosi contro la vita, il suo movimento, che è strutturato ma non definito, cercando di fermarlo, di imporre un ordine statico, di distruggere la vita stessa. Questa forma di aggressività maligna guarda alla morte come soluzione del problema del vivere, ne sente il fascino ed è eccitata dai suoi simboli. La distruttività è una risposta possibile ai conflitti dell’esistenza: esclusivamente umana, si radica nel carattere, non essendo dimostrabile una sua base neurofisiologica.
L’ORIENTAMENTO NECROFILO
Le tragedie del xx secolo suggeriscono a Fromm di elaborare un quinto tipo di carattere sociale improduttivo. Egli (1964) si ispira a Miguel de Unamuno nel definire come necrofilia questo orientamento estremo del carattere. La necrofilia si può esprimere direttamente, ma più spesso si manifesta in modi mediati, attraverso spostamenti, simboli, particolari sogni ricorrenti, fantasie, rituali religiosi, paraprassie ed anche produzioni artistiche.
In un dato individuo, o in un dato gruppo, la necrofilia esprime una polarità per lo più contrastata da istanze biofile ed evolutive, così da generare forme caratteriali composite, dove convivono e si contrastano orientamenti diversi. Fromm è estremamente problematico nel tracciare questo quadro caratteriale poiché, inseguendone gli aspetti sottili e diffusi, si pone su un terreno assai diverso da quello tradizionale della necrofilia vista come perversione sessuale.
Egli colloca la sua indagine ai confini tra la psichiatria e la sociologia, lavorando sui tratti anali del carattere secondo Freud e sviluppando taluni lati dell’orientamento mercantile, quelli “cibernetici”, di più accentuata alienazione tecnologica, in riferimento alle psicosi anche gravi. L’uomo cibernetico è “monocerebrale”, capisce ma non sente, sviluppa l’intelligenza e non coltiva i sentimenti, che avvizziscono, che non reagiscono più alle manifestazioni di vita, così che queste e quelle meccaniche, inerti, non vengono differenziate.
Fromm ha molto studiato tali processi di scissione, sia in riferimento a patologie gravi, sia in riferimento a quella che chiama la “patologia della normalità” (1955). Un processo che divide l’uomo da sé stesso sta nel separare un concetto dalla vivente esperienza che esso esprime (1960), in modo che questa si perde e non alimenta più la rappresentazione mentale. Le indagini di Fromm sono state considerate (Altamirano, 1983) un contributo prezioso allo studio della dissociazione. Al carattere mercantile con tratti cibernetici marcati il mondo appare formalizzato, dunque uniformato sul versante non vivo, con attenuazione o perdita della capacità di simbolizzare, perché questa richiede capacità di contatto con la vita, familiarità con i suoi processi spontanei, riconoscimenti intuitivi, scioltezza nel sentire strutture palpitanti che si ripropongono sempre diverse pur essendo sempre le stesse. Quando un uomo si sperimenti in tal modo, come figlio di una madre macchina di cui è funzionale ingranaggio, può non cadere in uno stato acuto di schizofrenia se ci sono molti altri come lui che lo pongono nella “norma”, in una “follia della normalità” che si può considerare schizofrenia cronica di basso livello.
Nei suoi più frequenti aspetti, l’orientamento alla morte del carattere necrofilo è inconscio. Si può parlare di carattere quando tale orientamento prevalga su istanze biofile, quasi sempre presenti, tranne in rari casi di estrema gravità. Occorre anche una sindrome complessiva, non bastando alcuni tratti a definire un carattere. Al fondo c’è una attrazione per ciò che è morto, per quanto viene espulso dalla vita, per il catabolico, per i processi putrefattivi, o per la malattia. I cattivi odori giocano un ruolo marcato, o perché sono ricercati e apertamente goduti, frequentando luoghi fetidi e occupandosi di escrementi, o perché si vogliono assolutamente cancellare, anche quando non ci sono, e questa formazione reattiva è la più frequente, secondo un meccanismo di difesa tipico dell’analità. L’interesse per gli odori, riconosciuto o rimosso, si esprime sul volto del necrofilo, conferendogli il tratto caratteristico di “annusatore” (Hartmut von Hentig). Ancora, il viso denuncia l’incapacità di ridere, se non artificiosamente o in un ghigno senza vita. Spesso si trae l’impressione di una “faccia sporca”, per la pelle arida, giallastra. Appaiono frequentemente nelle fantasie e nei sogni immagini di corpi smembrati; animano ed eccitano i discorsi sulle malattie e sulla morte, su chi è morto di recente, di quale malattia; attrae il necrologio, il manifesto funerario; è occasione da non perdere un funerale, la partecipazione al quale sia appena socialmente opportuna.
Azioni sintomatiche minori sono spezzettare fiammiferi, fiori o altri oggetti minuti, lo stuzzicarsi ferite. Più grave è provocarsi ferite o ledere cose belle, come dipinti, mobili, edifici. Il modo di vestire può rivelare una preferenza di colori scuri, nero o marrone. Il modo di conversare è pure caratteristico: quali che siano l’argomento, l’intelligenza e la cultura di chi parla, si può avvertire una freddezza, una pedanteria, una mancanza di vivacità che non riescono a stimolare, a destare interesse e danno un senso di noia (1973).
Il necrofilo è profondamente convinto che i problemi complessi, sfaccettati, o le situazioni conflittuali si possano risolvere solo ricorrendo alla forza, alla violenza, a metodi rigidi e drastici, mai comprensivi, costruttivi, pazienti. Le persone dal carattere così orientato sono pericolose socialmente e politicamente: razziste e piene d’odio, chiedono o promuovono spargimenti di sangue, guerre, distruzioni. Vogliono esercitare quella forza che è “il potere di trasformare un uomo in un cadavere” (Simone Weil), provare il piacere di “lacerare tessuti viventi” (von Hentig).
I MECCANISMI DI FUGA
Lasciando inattinte le loro risorse interiori, i caratteri non produttivi dal punto di vista del processo di assimilazione non trovano la forza dell’autonomia e del libero e responsabile rapportarsi con gli altri. I loro processi di socializzazione avvengono secondo meccanismi di fuga, i più importanti dei quali sono l’autoritarismo o sadomasochismo, la distruttività e il conformismo da automi o indifferenza. Questi sono meccanismi di fuga dalla libertà (1941), cioè da una “libertà positiva” o “libertà di”, esercitabile quando si è capaci di amare, di impegnarsi, di ragionare. Fromm (1941) distingue tra “libertà da”, libertà da pesi, legami, vincoli, e “libertà di”, libertà di scegliere tra alternative reali e concrete.
La persona avverte la sua solitudine quando i “legami primari” naturali con la madre si vengono sciogliendo e il suo organismo, maturando, si libera da bisogni e dipendenze fisiche, in un processo di individuazione che le viene dando il senso di avere irrimediabilmente perso l’unità originaria col grembo e coi nutrimenti materni. L’individuo emerge solo e senza la possibilità di tornare indietro. La paura della solitudine e l’angoscia del procedere possono indurlo a cercare “legami secondari” che surroghino quelli primari in un rapporto autoritario. L’autorità cercata non è quella razionale, basata sulla competenza, di chi è già cresciuto e sa promuovere la crescita altrui nel rispetto e nell’amore, ma al contrario quella irrazionale di chi pure ha bisogno di legarsi e soffoca l’autonomia e la libertà in sé e negli altri.
Il rapporto autoritario è simbiotico, nel senso di una unione di due persone nella reciproca necessità e dipendenza. La sostanza del rapporto non cambia se al posto di una persona c’è una istituzione. La simbiosi è un rapporto di potere, dove il sadico domina e il masochista è dominato. Il sadico desidera il potere perché teme la sua solitudine e la sua debolezza e non sa come altrimenti rapportarsi agli altri se non dominandoli. Il masochista paga il prezzo della sofferenza pur di sentire che non è solo, che partecipa a un gioco di potere che lo include. I due comportamenti diversi poggiano su una stessa base e possono dunque manifestarsi entrambi anche nella stessa persona, secondo vari intrecci.
Nel sadomasochismo l’esistenza dell’altro è condizione della nostra, nel dominare o nell’essere dominati. E’ soffocata la libertà, non tolta la vita. La vita si può togliere in un meccanismo distruttivo di fuga dalla propria realtà di impotenza, che viene negata nell’onnipotenza dell’assenza di rapporto perché l’altro è stato soppresso. Distruggendo, il disperato isolamento si trascende in “splendido isolamento”. L’energia con la quale la vita tende a sé stessa, l’aggressività adattativa, se non viene espressa, si converte in energia distruttiva. “La distruttività è il risultato della vita non vissuta” (1941, p. 162). Meno vive, meno agisce le sue potenzialità, più la persona si sente irrilevante e minacciata dal mondo esterno, nell’annientamento del quale essa cerca la soluzione del suo problema di esistenza.
Meccanismo di fuga assai diffuso nella società odierna è il conformismo da automi. La persona, manipolata da un sistema di segnali, si illude di essere libera mentre ha smarrito il contatto con se stessa e non è in grado di sapere cosa in realtà vuole. Essa si lascia mettere una maschera sociale e, irretita dalle aspettative altrui, si allontana dai suoi bisogni più profondi e non prende coscienza delle sue paure e delle sue ansie. I suoi rapporti umani rispondono a ruoli prescritti, sono formali e coprono una sostanziale indifferenza per i sentimenti e le vicende vere delle altre persone.
Questi meccanismi di fuga sono i modi in cui i caratteri non produttivi si rapportano socialmente: esistono corrispondenze tra processi di assimilazione e processi di socializzazione, con rafforzamenti reciproci. Rainer Funk (1978, p. 47) offre un chiaro schema visivo di tali corrispondenze. Ne possiamo ricavare un’idea della completezza della visione caratterologica di Fromm: nessun modo umano di rapportarsi ne resta escluso.
PSICOPATOLOGIA: LA SINDROME DI DECADIMENTO
Il seguente schema è tratto da Fromm (1964), “Psicoanalisi dell’amore”, p. 150.

I meccanismi di fuga sono passioni agite, risposte al quesito di fondo che sorge dalla situazione umana: regredire al preumano o progredire nell’individuazione? La psicopatologia sta nell’orientarsi per varie vie all’impossibile ritorno indietro, con modalità di rapporti umani che variano dalla simbiosi al distacco. Nel grafico di Fromm troviamo l’estrema sintesi delle più intense passioni che spingono o verso la “sindrome di decadimento” o verso la “sindrome di crescita”. Il narcisismo, la necrofilia e la simbiosi incestuosa con la madre, ai loro livelli estremi, conducono alla sindrome di decadimento.
Secondo Fromm (1973, p. 255), il narcisismo induce la persona a sperimentare gli accenti affettivi in modo tale da sentire come pienamente reali solo le cose o gli aspetti che le appartengono o le attengono. Il proprio corpo, la propria intelligenza, la propria bravura, i propri bisogni, la propria automobile, la propria casa, ecc., ma anche i propri figli, e tutti coloro che ritiene di possedere, esistono con una carica e un colore affettivi che mancano nella percezione che la persona ha di tutto il resto. Ciò che non la riguarda, non le attiene, non è suo, le appare come privo di peso, di tono. Sa che esiste, ma lo sa solo intellettualmente, senza calore, senza interesse, sa sì che è reale, ma sbiadito, e stenta a prenderlo in considerazione e a tenerlo presente. Il narcisismo può potenziare ogni altra passione patologica e combinarsi con l’orientamento simbiotico-incestuoso e con la distruttività necrofila.
Le nevrosi si collocano, a seconda della loro gravità, a vari “livelli di regressione”. In una sua conferenza, Fromm (1990) distingue le “nevrosi leggere, nevrosi benigne, o … nevrosi reattive” dalle “nevrosi maligne”. Le prime esprimerebbero livelli regressivi vicino alla normalità, mentre le seconde esprimerebbero livelli regressivi molto profondi fino alla sindrome di decadimento.
Le nevrosi maligne sono vicine alle psicosi, ma non sono psicosi. Bacciagaluppi (1990) dimostra che la nevrosi maligna secondo Fromm corrisponde alla personalità schizoide secondo Guntrip, alla personalità borderline secondo Kernberg, alle personalità narcisistica e borderline secondo Kohut e alle descrizioni del Dsm-III-r delle personalità schizoide, narcisistica, borderline.
LA SINDROME DI CRESCITA. IL CARATTERE PRODUTTIVO
La psicoanalisi di Erich Fromm è quella che più di tutte tematizza la salute, l’uomo produttivo. Così la sindrome di crescita non è meno ricca e complessa di quella di decadimento.
La caratterologia di Fromm si colloca tra i due poli opposti della biofilia e della necrofilia, che corrispondono in parte alla distinzione freudiana dell’istinto di vita e dell’istinto di morte, ma se ne differenziano perché, mentre questi ultimi sono entrambi dati biologicamente, la polarità frommiana è asimmetrica, essendo la biofilia componente biologica e la necrofilia una “storpiatura” psichica. Lo sviluppo biofilo sfocia nell’orientamento di carattere produttivo. La capacità di amare la vita e di viverla toglie una delle principali fonti dell’odio, dovuta alla vita non vissuta. Un’altra importante fonte di odio si chiude attraverso la riduzione del narcisismo, le cui ferite generano appunto odio e rabbia (Kohut, 1972).
Alberga nel carattere produttivo un’attiva speranza (Horney Eckardt, 1982), che non si aliena nell’attesa del tempo futuro e non forza il presente ma lo vive come stato di gestazione. “La speranza è paradossale” (Fromm, 1968, p. 16): non si fonda su una valutazione o una previsione, ma è prontezza a ciò che non è ancora nato, avvenga o no la nascita.
Lo sviluppo della biofilia e il superamento del narcisismo procedono con lo scioglimento progressivo dei legami incestuosi che riparano dall’angoscia della solitudine al prezzo della dipendenza. Il cordone ombelicale affettivo tiene la persona in una situazione di bisogno e di manchevole esercizio delle sue facoltà, che potrebbero invece renderla autonoma.
Il carattere produttivo affronta la solitudine derivante dalla sua individuazione attivando processi di socializzazione nei quali reca amore e ragione. La disponibilità sollecita e attiva verso il prossimo, la produzione propria di sentimenti d’amore, rispetto, interesse, conoscenza empatica, responsabilità, si offrono a base di rapporti liberi, non preclusivi o pregiudiziali, in un clima accettante privo di avidità o di pretese.
Un tipo di carattere produttivo ben studiato da Fromm è il “carattere rivoluzionario” (1963) il cui tratto fondamentale è l’indipendenza. Il rivoluzionario non è tale per comportamento ma per carattere. Non è un ribelle, non è un fanatico, è libero. E’ non solo “libero da” vincoli rispetto all’autorità irrazionale, ma anche “libero di” di esercitare spirito critico, di scegliere con autonomia di giudizio e di agire di conseguenza, con tutto il coraggio che occorre.
LE POSSIBILITA' DI CAMBIAMENTO NEI TRATTI DEL CARATTERE
Vi sono passioni orientate verso la vita e lo sviluppo della condizione umana, le quali hanno base biologica ed entrano nella struttura del carattere come aspetti produttivi decisi e radicati, tendenzialmente non sopprimibili. La possibilità di cambiamento riguarda essenzialmente le passioni che vanno contro la vita e che quindi non hanno base in essa, non hanno supporti filogenetici. Però anche tali passioni tendono a non cambiare quando sono parte della struttura di un carattere sociale, perché allora fattori familiari, ambientali, economici premono nel senso del mantenimento, confermano la patologia. La loro pressione non è operante tanto dall'esterno quanto da dentro l'individuo, attraverso le loro rappresentazioni interne. Propriamente, un orientamento di carattere in sé, non è possibile mutarlo. Per esempio, non è possibile che una persona ricettiva si trasformi in accumulante, o viceversa, ma all'interno di una data conformazione di carattere produttività e non produttività giocano un ruolo attivo, che mobilizza i tratti caratteriali e i rapporti con gli altri. Il lavoro psicoanalitico può favorire modifiche risanatrici all’interno di un dato orientamento di carattere, volgendone i vari tratti in senso produttivo.
- Gli schemi di orientamento e devozione
Il carattere sociale è una formazione complessa che deve anche rispondere ai quesiti fondamentali dell’essere umano, cioè ai suoi bisogni religiosi. Tale funzione viene svolta attraverso gli “schemi di orientamento e devozione”. Essi si radicano nel carattere (1976, pp. 177-183) e forniscono non solo contenuti di pensiero ma anche rappresentazioni cariche emotivamente e percepibili dai sensi. Devono offrire appunto un oggetto di devozione e un rituale. Molto frequentemente restano inconsci, sia per l’individuo che per il gruppo sociale, e si lasciano coprire da ideologie. Per esempio, nelle società occidentali assai spesso la religione cristiana è solo la religione ufficiale, l’ideologia che copre i veri oggetti di devozione, cioè il denaro, il potere, il successo.
Se gli aspetti positivi di un carattere tendono a non cambiare e quelli negativi resistono al cambiamento, gli schemi di orientamento e devozione sono più suscettibili di trasformazioni. Proprio perché questi si articolano strettamente col carattere, il loro mutamento favorisce quello degli aspetti caratteriali. Jorge Silva-Garcia (1990) esplicita questa strada nel modo seguente: ”Potremmo dire che questo schema rappresenta i muscoli della struttura ossea … dell’orientamento del carattere, ed esso partecipa nel determinare gli aspetti negativi e positivi di quest’ultimo”. E i muscoli si modificano molto più facilmente delle ossa.
Essendo volto a ridurre il narcisismo e la distruttività e a spezzare i vincoli simbiotici, il trattamento psicoanalitico lavora sullo schema di orientamento e devozione e lo trasforma. Questo lavoro opera sugli aspetti negativi del carattere affinché siano superati nei loro corrispondenti aspetti positivi.
Compito della psicoanalisi è porre l’analizzando di fronte alla sua religione “segreta” e personalissima, non solo per quanto riguarda i tratti nevrotici individuali, ma anche per le componenti dovute al carattere sociale, il quale spinge potentemente l’individuo verso idolatrie spesso non dichiarate e nascoste da una religione ufficiale.
- Effetti della produttività
Nel suo libro “Dalla parte dell’uomo” (1947), Fromm tratta dell’effetto della produttività sugli aspetti negativi dei vari orientamenti improduttivi di carattere. Per ogni tipo di carattere prevede la lista delle corrispondenze (pp. 91-92) fra aspetti positivi e aspetti negativi. Per esempio, per quanto riguarda l’orientamento ricettivo, l’aspetto negativo “passivo” ha come corrispondente positivo “accogliente”, “sottomesso” diventa “devoto”, “parassita” cambia in “affascinante”, ecc. Analogamente, per l’orientamento sfruttante, “sfruttatore” corrisponde ad “attivo”, “aggressivo” a “capace di iniziativa”, ecc. Così, per ogni tipo di carattere improduttivo, esistono vari aspetti negativi che trovano i loro corrispondenti positivi, nei quali convertirsi. Nel suo svolgersi, il lavoro psicoanalitico, indipendentemente da una tematizzazione manifesta di queste problematiche, smuove i tratti negativi in un cammino trasformativo verso i loro corrispondenti positivi.
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